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Blogger e giornalisti di mestiere

Ieri a Roma il sindacato dei giornalisti italiani ha fatto un bilancio dei suoi primi cento anni di vita. Momento difficilissimo. Senza contratto da 1151 giorni, la categoria tenta una riflessione sui suoi problemi. Precariato, anacronistica legge sull’Ordine professionale, sfide tecnologiche, deontologiche, qualunquistiche. Mi ha colpito l’intervento di Sergio Lepri, mio direttore quasi trent’anni fa all’Ansa, lucido interprete degli scenari che si aprono (e si chiudono) sulla professione. Ve ne propongo alcuni brani, quelli in cui ha parlato di blogger e giornalisti di mestiere.

Che momento esaltante. La digitalizzazione dell’informazione significava la multimedialità, cioè l’operatività di tutti i media secondo uno stesso codice binario, e quindi una semplificazione dei modi di fare informazione.

Significava l’interattività, cioè l’interazione fra chi produce e chi riceve informazione, e quindi la possibilità di dialogo fra emissore e ricettore dell’informazione.

Significava l’ipertestualità, cioè la possibilità di collegare l’informazione corrente con altre informazioni correlate, e quindi un’informazione più ricca e più completa. Tutto questo apriva una prospettiva affascinante: la demassificazione dell’informazione, cioè un’informazione sempre migliore in un mercato sempre più vasto di consumatori. 

Già; ma il giornalismo come categoria professionale e come impresa editoriale? In contemporanea era arrivata anche Internet. Internet è la parafrasi del mondo. Tutto il bene e tutto il male del mondo, di un mondo globalizzato, in tempi rapidi; in tempo reale, anzi, come si dice.

Nel campo della comunicazione Internet era il massimo: era un campo infinito di fonti di informazione, una grande biblioteca elettronica, un enorme somma di banche dati, cioè uno strumento prezioso per moltiplicare e arricchire le informazioni; e insieme un campo infinito di soggetti a cui distribuire quelle informazioni.

 I nuovi apparecchi digitali e Internet creavano anche una realtà nuova: il giornalismo che potremmo chiamare “amatoriale”, il “citizen journalism”, come dicono gli americani; i “blogger”, cioè i siti privati che in pochi anni sono diventati decine e decine di milioni.

Con pochi mezzi e pochi soldi tutti possono diventare giornalisti e editori di se stessi, anche senza essere iscritti all’albo professionale. La libertà di stampa concessa a milioni di persone, la possibilità per tutti di esprimere opinioni, di raccontare fatti non conosciuti dai media, anche di criticare i detentori del potere. 

C’è già una storia: i blogger che nel 1999 dal Kosovo e dall’Iraq ci facevano sapere quello che le autorità (Milosevic per i primi, Saddam Hussein per i secondi) non volevano farci sapere. Nel 2005 furono i blogger e non le agenzie di stampa a dare notizia dell’uragano Katrina che stava devastando New Orleans, e nel 2006, durante il bombardamento israeliano di Beirut, è stata la stessa Cnn a chiedere ai blogger americani che si trovavano nella città di raccontare che cosa stava succedendo.

 E’ il caso, però, di ripetere la domanda: e il giornalismo come categoria professionale e come impresa editoriale?  

Il giornalismo è mediazione tra la fonte dell’informazione e il fruitore dell’informazione. Internet permette al fruitore di raggiungere direttamente la fonte senza la mediazione giornalistica.

Il giornalismo comporta tre attori: la fonte, il fruitore e il giornalista come mediatore. Con Internet gli attori diventano soltanto due: la fonte e il fruitore. Internet può allora eliminare il giornalismo? 

Internet ci mette a disposizione decine di migliaia di fonti. Troppe, anche con l’ausilio dei motori di ricerca. In ogni caso, chi ci garantisce l’attendibilità delle fonti? Anche le fonti autorevoli, che si presentano con un autorevole biglietto di visita, ci danno quello che ritengono di farci conoscere, non tutto; e nel migliore dei casi hanno un codice, e la loro informazione deve essere perciò decodificata per avere un’informazione sicura. 

Poi ci sono le notizie false o manipolate, che certe fonti producono non per far conoscere la realtà, ma per modificarla. Vedi la “disinformazia” di un tempo; vedi episodi recenti (la guerra del Golfo), quando una notizia falsa fu impiegata addirittura come strumento di tattica militare, con lo stesso valore di un attacco di carri armati; o più semplicemente, sabato scorso, quando il “New York Times” ha scoperto che alcune emittenti televisive americane avevano come commentatori della situazione in Iraq generali dell’esercito pagati dal Dipartimento della difesa.  

Poi i blogger. Viva i “blogger”; ma quasi tutti non sono stati a scuola di giornalismo, non ne conoscono le responsabilità, ignorano la deontologia professionale; e non hanno, a differenza del giornalismo ufficiale, la convalida o la condanna dei propri lettori. 

Se l’informazione si dimostra sempre più indispensabile come strumento di conoscenza e come strumento di lavoro, l’informazione deve essere corretta e quanto più possibile esatta.

La sopravvivenza del giornalismo, cioè la necessità di ricorrere al giornalismo come sicuro organo di base, dipende quindi dalla misura in cui la sua mediazione significhi non soltanto gestione delle informazioni che circolano fuori di Internet e dentro Internet, ma anche verifica e controllo di quelle informazioni.

Il giornalismo può così tenere fermo il suo posto nella società riconquistando la sua funzione di mediazione: una mediazione di verità.  

E’ un problema che coinvolge non solo i giornalisti, se vogliono salvaguardare il loro futuro e la loro professione.

Coinvolge anche gli editori e i politici.

Coinvolge i politici, almeno quelli convinti che una società sempre meglio informata è una società sempre più libera e democratica.

Coinvolge gli editori, almeno quelli che vedono negli organi dell’informazione uno strumento non soltanto per vendere pubblicità ma anche per contribuire alla crescita del paese; editori, quindi, che hanno bisogno di giornalisti professionalmente qualificati e sindacalmente protetti.

Sergio Lepri  

Brani estratti dall’intervento su “Giornalismo. Da ieri al futuro”, in occasione della manifestazione per i 100 anni della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, il 23 aprile 2008 al Teatro Capranica di Roma. L’autore ne ha autorizzato la pubblicazione nel mio blog.

 


Twitter: @pinobruno

Pubblicato da Pino Bruno

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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