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Phytoremediation: l’inquinamento si combatte con le piante

Si chiama phytoremediation. E’ una tecnica di risanamento dei terreni dai metalli pesanti che adotta piante non adatte all’alimentazione. Serve a combattere l’inquinamento con metodi naturali ed è stata implementata da un’equipe di ricercatori dell’ Università di Verona.

Il laboratorio di Genetica Molecolare e Vegetale della Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali ha sperimentato la capacità di assorbimento dei metalli pesanti da parte di una specie vegetale iper-accumulante, l’Arabidopsis Halleri, e dei microrganismi presenti nel suolo a contatto con le radici. Impatto ambientale pressocchè nullo e costi moderati, rispetto alle tecniche adottate finora, assicura la responsabile del team, Antonella Furini, docente di Genetica Agraria.

“Abbiamo focalizzato  la nostra attenzione – spiega Giovanni Dal Corso, ex dottorando in Biologia Vegetale in Germania e oggi impegnato nel laboratorio dell’ateneo veronese –  sui geni coinvolti nel conferire alle piante la capacità di tollerare e accumulare metalli pesanti come il cadmio e lo zinco. Allo stesso tempo abbiamo ricercato i determinanti genici che conferiscono ai batteri resistenza e capacità di degradazione delle molecole tossiche. I risultati – continua Dal Corso – hanno confermato che i microrganismi della rizosfera influenzano positivamente la fitoestrazione delle piante. Inoltre sono state identificate sessantuno proteine espresse dalle piante innestate nei terreni contaminati, importante passaggio per l’individuazione dei geni che presiedono alla tolleranza dei metalli pesanti”.

Attualmente i ricercatori veronesi stanno trasferendo questi geni dalle piante-modello con biomassa limitata a piante con biomassa superiore, in modo da incrementare l’effetto benefico per il suolo. Con dati incoraggianti: “in laboratorio, su una concentrazione di cadmio di 600 ppm (parti per milione) – spiega Silvia Farinati, dottoranda in biotecnologie molecolari, industriali e ambientali –  abbiamo ricavato dalle foglie degli organismi vegetali una capacità di assorbimento pari a 200 ppm, senza che la pianta ne percepisca la tossicità. Questi risultati non possono che incoraggiarci nel proseguimento dei nostri studi molecolari con l’obiettivo di ottenere la massima resa in termini di riduzione dell’inquinamento mediante fitoestrazione”.

La phytoremediation contro l’inquinamento sta dando risultati anche in altri paesi. Negli Stati Uniti si lavora sul pioppo per l’assorbimento del selenio e del mercurio. In Danimarca la senape indiana (Brassica juncea) è usata per assorbire il paracetamolo. Nella Repubblica Ceca le alghe servono per rimuovere le sostanze farmaceutiche dalle acque.  

“La phytoremediation è una soluzione ragionevole e vantaggiosa – sottolinea la professoressa Furini – anche i costi di rimozione delle piante usate per la fitobonifica possono essere infatti ammortizzati impiegando le piante per la produzione di biogas o di energia negli impianti di termovalorizzazione. Una possibilità che fa della phytoremediation una soluzione non solo pulita ma anche economica”.  

 


Twitter: @pinobruno

Pubblicato da Pino Bruno

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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