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Il dovere di informare

Noi giornalisti siamo proprio strani. Nelle ultime settimane redazioni di giornali e abitazioni di giornalisti sono state perquisite. Computer e documenti dei colleghi sono stati sequestrati. C’è un attacco concentrico al dovere di informare i cittadini e le associazioni di categoria (Ordine e Fnsi) si limitano a fare comunicati (che poi i giornali non pubblicano). Come consigliere nazionale dell’Ordine ho chiesto formalmente di acquistare pagine sui quotidiani per denunciare quanto sta accadendo. Ho avuto applausi ma non se n’è fatto nulla. Nelle redazioni non si discute. La disastrosa e infinita vertenza per il rinnovo del contratto, che si trascina da 1307 giorni, ha piegato definitivamente la categoria? Continuo (quasi) solitario la mia campagna di solidarietà nei confronti dei colleghi Gianluca Di Feo,  Emiliano Fittipaldi, Claudio Pappaianni, Fiorenza Sarzanini, Guido Ruotolo. Oggi L’Espresso in edicola pubblica questo documento. Il titolo è “Il dovere di informare“.

Il dovere di informare

Per due volte nel giro di otto giorni i giornalisti Gianluca Di Feo e Emiliano Fittipaldi e la redazione de ‘L’espresso’ sono stati perquisiti su ordine della Procura di Napoli. Mai era accaduto qualcosa di simile: il sequestro ripetuto dei computer, l’utilizzo di decine di militari della Guardia di Finanza, entrati nella direzione de ‘L’espresso’, il decreto che dispone controlli indiscriminati nella redazione. Ai due giornalisti è stato formalmente intimato di farsi interrogare, minacciando l’accompagnamento forzato a Napoli, nonostante la legge riconosca il diritto al segreto professionale e la facoltà di tacere in quanto indagati.

La Procura di Napoli persegue ‘L’espresso’ per le due inchieste di copertina (‘Così ho avvelenato Napoli’ e ‘Gomorra al Nord’) sul potere della camorra casalese e sulla devastazione ambientale della Campania. Sono articoli basati sulle dichiarazioni di Gaetano Vassallo, l’imprenditore che per vent’anni ha gestito il traffico di rifiuti tossici per conto dei padrini, e di Domenico Bidognetti, esponente di punta dell’omonimo clan. Nei verbali ci sono accuse pesantissime contro due parlamentari, il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino e il leader campano del Pdl, Luigi Cesaro.

La collaborazione con i magistrati di Vassallo e Bidognetti è stata rivelata da mesi, in seguito a provvedimenti presi proprio dalla Procura di Napoli, e questo giornale ha pubblicato solo i nomi di personaggi già arrestati, sotto processo o parlamentari. Questo perché, come sempre in passato, vogliamo esercitare il diritto di cronaca senza compromettere l’attività di indagine.

In un momento decisivo per il Paese, le accuse (si badi bene: le accuse) a un esponente di governo a cui viene affidata la gestione di risorse enormi non possono essere taciute. Così come non possono essere taciute le connivenze che hanno permesso per vent’anni di trasformare una parte della Campania nella discarica dei rifiuti tossici di tutta Italia e che hanno messo a repentaglio la salute di milioni di cittadini e distrutto l’immagine del nostro Paese.

Oltre al reato di violazione del segreto istruttorio la Procura di Napoli ha contestato ai giornalisti addirittura l’aggravante della finalità di agevolazione del clan dei casalesi. Questa accusa è un insulto alla storia de ‘L’espresso’, alla sua tradizione di giornalismo d’inchiesta, a tutto quello che è stato fatto negli ultimi anni, da quando abbiamo denunciato la degenerazione della politica in Campania e la minaccia del clan dei casalesi.

 

Quello che abbiamo pubblicato non ha suscitato la reazione della classe politica, dove maggioranza e opposizione non sono interessati a discutere l’opportunità o meno che parlamentari sotto inchiesta per legami con il più sanguinario gruppo mafioso restino in incarichi di governo. Quello che è accaduto con la duplice perquisizione di abitazioni, auto e persino motorini dei giornalisti, con i sequestri nella redazione e negli uffici della direzione, con le perquisizioni anche a collaboratori come Claudio Pappaianni estranei alla stesura degli articoli, rappresenta un attacco alla libertà di stampa e un atto intimidatorio nei confronti del diritto di cronaca.

Per noi la cronaca non è un diritto ma un dovere. Per questo proseguiremo il nostro lavoro, senza lasciarci impressionare da accuse insensate e provvedimenti smentiti in passato da ogni genere di sentenza italiana ed europea. Noi andiamo avanti, forti della stima dei lettori, del sostegno che ci hanno trasmesso in tutti i modi, grati della solidarietà che ci è arrivata da colleghi di tanti giornali e dalle associazioni di categoria e della fiducia del nostro editore. Perché in gioco c’è la libertà di stampa, che è l’essenza di ogni democrazia.

 

 


Twitter: @pinobruno

Pubblicato da Pino Bruno

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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