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Quando i giornalisti sono stupidi, cattivi, superficiali

Che brutta storia, che brutta pagina di giornalismo, quella raccontata oggi da Articolo 21. Parla il nonno di Rocco Pellegrini, un bambino umbro morto per un incidente. La famiglia è stata sbattuta a lungo in prima pagina. “Mostri”. Poi i fatti si sono chiariti. Resta l’horror vacui della gestione cronachistica della vicenda, sottolineato in un bell’intervento di Vittorio Roidi. A ognuno il suo mestiere. E comunque la vicenda di Rocco e dei suoi familiari dovrebbe diventare un case study obbligatorio nelle scuole italiane di giornalismo.

Noi cronisti ancora non abbiamo imparato!

di Vittorio Roidi

La storia di Rocco dimostra, ancora una volta, quanto sia necessario un atteggiamento di maggiore prudenza da parte dei cronisti, affinché persone innocenti non siano rovinate. Come le storie di Tortora, di Sergio Moroni, di Enzo Carra e di tanti altri uomini e donne lapidati in pubblico, condannati alla gogna, prima che le indagini a loro carico portassero ad un risultato. Innocenti divenuti subito colpevoli.

Dopo la morte di Rocco, che aveva ingerito pasticche di metadone, lasciate purtroppo a portata delle sue mani. C’era stato l’arresto dei genitori e il racconto da parte dei carabinieri che la tragedia era avvenuta in una condizione di abbandono, in un ambiente degradato. Padre e madre – il primo che era uscito a fatica da una condizione di tossidipendenza, la seconda con problemi di adattamento, vennero dipinti come sventurati. Invece di essere compatiti e assistiti, si ritrovarono in cella con sulle spalle l’accusa gravissima di aver lasciato morire il proprio bambino. Solo più tardi, le indagini e le testimonianze (prime fra tutte quelle dei nonni di Rocco) dimostrarono che si era trattato di un tragico incidente.

L’episodio di Viterbo dimostra che il tempo è passato invano. Ricorda il dramma del papà di Miriam, il professore di matematica arrestato in Lombardia, a metà degli anni Ottanta e accusato di stupro nei confronti della figlioletta. Un orrore, che i giornali riportarono con grande risalto e che, solo pochi giorni dopo, si scoprì essere il risultato di una perizia medica sbagliata. La bambina aveva un tumore e il professore fu rilasciato con tante scuse. Ma il risalto e le modalità con cui i giornali avevano riportato la storia, lo avevano ormai rovinato.

Per i genitori di Rocco è stata la stessa cosa. E i giornali non si sono mai scusati. Il modo con cui vengono narrate queste vicende continua ad essere sbagliato. Viene data per buona la tesi degli inquirenti. L’innocenza delle persone diventa subito una condanna. E pure la Costituzione proclama che ogni cittadino si presume innocente fino alla sentenza. Perché, dopo tanti anni, il giornalismo non riesce a trasformarsi, a trovare modalità, linguaggi, tecniche di espressione che consentano di narrare ciò che accade senza linciare le persone? E’ una questione di civiltà, prima ancora che di credibilità di coloro che fanno questo mestiere.


Twitter: @pinobruno

Pubblicato da Pino Bruno

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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