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Anonimato in rete: iPredator malattia infantile del proibizionismo

Premessa: l’anonimato in rete è una brutta bestia. Evoca un mondo di esenzione dalle responsabilità e dalla legalità. Un mondo di troll, come scrive Valerio Porcu. Un mondo di delatori e impuniti. Anche per questo, l’entrata in scena di iPredator – navigare senza essere tracciati – pone dilemmi etici. “Cinque euro al mese per esplorare la rete al riparo da occhi indiscreti”. Serve per difendersi dall’ondata di proibizionismo e tentativi di normalizzazione messi in atto dai governi, sotto la spinta delle potenti lobbies discografiche e cinematografiche, dicono i pirati svedesi.

Il proibizionismo – insegna la storia – non ha mai portato lontano. Che si tratti di whisky, musica o film fa poca differenza. Insomma, dal proibizionismo al giustificazionismo. Causa ed effetto. Con il whisky sappiamo com’è andata a finire. I proibizionisti hanno perso. Alla fine vincerà anche la rete. Persino i cinesi non riescono a costruire una efficace Grande Muraglia digitale per impedire l’irrompere della libertà di informazione contro la censura.

The Untouchables, icone della lotta al proibizionismo

The Untouchables, icone della lotta al proibizionismo

Ben venga dunque la provocazione di iPredator, se serve a far discutere e denunciare le ingerenze liberticide. L’alternativa è quella denunciata qualche tempo fa dalle forze di sicurezza britanniche: “rendere più dure le pene per le violazioni del copyright favorisce la pratica di occultare la propria identità sul Web, che con il tempo potrebbe favorire attività socialmente molto più pericolose che scaricare musica o film”.


Twitter: @pinobruno

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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