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Il diritto all’oblio al tempo di Internet: Delete, o – meglio – tabula rasa

Facebook sta per cambiare di nuovo le regole sulla privacy. Il social network intende condividere alcune informazioni personali degli utenti con altri siti web, senza chiedere l’autorizzazione agli iscritti. Un nuovo attacco alla privacy? Lo credono – e lo crediamo – in molti. Arriva nel momento più opportuno, quindi, il libro di Viktor Mayer-Schonberger  “Delete – Il diritto all’oblio nell’era digitale” (17,10 euro, edito da Egea).

Torniamo per un attimo alla policy di Facebook. Dovremmo essere noi utenti a decidere cosa e con chi condividere. Foto, commenti, inclinazioni politiche, gastronomiche e sessuali, eccetera. Facebook fa invece sapere che presto la condivisione ”con siti e applicazioni di terze parti pre-approvati” avverrà automaticamente. L’utente dovrebbe poter impedirlo, disabilitando l’opzione nella pagina delle impostazioni, ma – si sa – la stragrande maggioranza degli iscritti lascia le impostazioni in default e ignora i suoi diritti. 

E qui cade a fagiolo il libro di Viktor Mayer-Schonberger. Lo scenario descritto non lascia ombra di dubbi sui rischi dell’era digitale: nel 2006, Andrew Feldmar, settantenne psicoterapeuta di Vancouver, stava attraversando il confine tra Canada e Stati Uniti per andare a prendere un amico all’aeroporto di Seattle. Alla dogana, l’agente di guardia ha digitato il suo nome su un motore di ricerca scoprendo che cinque anni prima aveva scritto un articolo nel quale accennava all’aver fatto uso di Lsd negli anni Sessanta. Trattenuto per ore, è stato cacciato dagli Usa e gli è stato impedito di rimetterci piede. 

Un episodio, certamente limite, che è esempio di ciò che può accadere in una società in cui, grazie alle tecnologie digitali, e alla memoria enorme, condivisa, accessibile e poco costosa che ne deriva, l’oblio del passato è bandito. 

Per dare dimensione alla vastità della memoria digitale del nostro tempo, basta guardare ai dati conservati negli enormi server dei motori di ricerca. Mayer-Schönberger fa l’esempio del più famoso: “Nel 2007 – scrive – Google ha ammesso di aver salvato ogni singola ricerca effettuata dai suoi utenti e ogni singolo risultato cliccato”. 

Conservando e organizzando qualcosa come 30 miliardi di ricerche al mese e abbinando login, cookies e indirizzi IP, “è in grado di collegare le ricerche fatte nel tempo da ogni utente con una precisione impressionante”. Ciò significa che il motore di ricerca “sa tutto ciò che abbiamo cercato e quando lo abbiamo fatto”. 

Una strabiliante memoria digitale che aumenta di anno in anno con ritmi del 30 per cento. Mayer-Schonberger stima che solo nel 2005 si siano immessi 10 miliardi di gigabyte di nuove informazioni, grazie al continuo abbattimento dei costi della tecnologia di memorizzazione. Per fare un esempio, se un megabyte di spazio su un supporto negli anni ’50 costava 70 mila dollari, nel 2008 era arrivato a costare un centesimo di cent. 

Ma quali sono i rischi insiti nel fatto che, grazie all’era digitale, siamo in grado di ricordare migliaia di cose in più rispetto al passato? “La bellezza dell’informazione digitalizzata”, scrive l’autore, “è che per cancellarla basta premere delete. Di primo acchito è così, ma raramente lo è”. Perché lasciamo tracce di noi navigando su internet e condividendo file. E, una volta condivise, si perde il controllo sulle informazioni. E’ il motivo per cui, dopo aver acquistato un libro su Amazon, quest’ultimo ce ne consiglia altri ai quali potremmo essere interessati. Questo semplicemente incrociando i nostri dati di navigazione con quelli di altri utenti.

E’ dunque un panorama inquietante quello descritto da Mayer-Schonberger in “Delete“. La nostra vita di web surfer sembra esserecontinuamente spiata. 

“La principale azienda americana che fornisce informazioni di marketing”, scrive l’autore, “offre fino a mille data point per ognuno dei 215 milioni di nomi presenti nel suo database”. L’accessibilità, la durevolezza e l’universalità della memoria digitale producono due rischi che Mayer-Schonberger evidenzia: il primo è la perdita di controllo sulle informazioni, aumentando “la disparità di potere tra chi ha poche informazioni e chi ne ha molte”. E tra chi possiede enormi database ci sono, per esempio, i governi. 

Il secondo rischio riguarda invece il tempo. L’immagine che dà di noi un qualsiasi motore di ricerca è in realtà una fotografia incompleta e atemporale, formata da elementi spesso privi di connessione o addirittura in contraddizione tra loro. 

Mayer-Schonberger sollecita quindi di potenziare i meccanismi di tutela della privacy e dare una data di scadenza per le informazioni, che reintroduce così quel concetto di oblio che per millenni ha fatto parte della nostra vita. Quello che propone, dunque, non è affatto un futuro ignorante, ma “un futuro che riconosca che gli individui cambiano col passare del tempo, che le idee evolvono e che le opinioni si modificano”. 

tabula_rasa_by_VermilionX

Facciamo tesoro dei consigli di Mayer-Schonberger. Cominciamo dalle impostazioni della privacy su Facebook, per impedire che i commenti, le considerazioni, le battute di spirito fatte nel 2010 possano essere usate contro di noi nel 2030…insomma, di tanto in tanto, facciamo tabula rasa, perché la mamma del Grande Fratello è sempre incinta.

Fonte: Ansa, Il Velino

La splendida immagine Tabula Rasa è di VermilionX, che ringrazio.


Twitter: @pinobruno

Pubblicato da RG

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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