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Reti mobili italiane: asfissia e ballo delle frequenze

Sostiene Corrado Calabrò, presidente dell’Authority per le comunicazioni, che in Italia vanno su internet troppi smartphone e questo rischia di far collassare la rete mobile. Si devono liberare frequenze radio, aggiunge Calabrò: prima del 2015, servono circa 300 Mhz da mettere all’asta per la banda larga via etere. L’allarme suona tardivo. In Germania l’asta per la rete mobile di nuova generazione è partita ad aprile scorso. Altro che 2015!

L’amministratore delegato di Telecom Italia, Franco Bernabè, smentisce Calabrò: “Stiamo già facendo  grandi investimenti per la connessione in fibra delle stazioni radio base, con l’obiettivo di aumentarne la potenza e la capacità”. Nel frattempo altri gestori, per far fronte alla situazione, adottano provvedimenti che si ripercuotono sui consumatori. E’ il caso di 3 Italia, che non permetterà più di navigare con il computer grazie al tethering, cioè lo smartphone che rimpiazza il modem. Anche l’amministratore delegato di Vodafone Italia, Paolo Bertoluzzo, ricorda che si sta investendo sulla fibra ottica e, al contempo, sono stati attivati “strumenti di controllo per limitare la quantità di banda in caso di uso eccessivo, per garantire così una giusta qualità a tutti i clienti”. Di quale “uso eccessivo” parla Bertoluzzo? Chi decide quando “scatta” l’uso eccessivo? Se si leggono troppi giornali con iPad? Se si sta troppo tempo su YouTube?

Il problema c’è, ma – sembra di capire – a pagare devono essere gli utenti, con una serie di restrizioni. D’altronde nel paese in cui la banda larga fissa è una chimera, ci sono più di quindici milioni di cittadini con lo smartphone o la chiavetta internet in tasca. L’Italia è prima con 15,037 milioni (+11%), seguita dal Regno Unito (11,1 milioni, +70%). In terza posizione c’è la Spagna (9,9 milioni, +27%), in quarta la Germania (8,4 milioni, +34%), seguita dalla Francia (7,1 milioni, +48%).

Per quanto auspicabile, lo sforzo citato da Bernabè rischia di essere insufficiente, se non si mette mano alla liberalizzazione delle frequenze. L’Italia è certamente un paese ad alto gradimento di telefoni cellulari, smartphone e chiavette, ma nei palazzi della politica si pensa più alla televisione che a internet, altrimenti le frequenze sarebbero libere da un pezzo.

E’ paese in cui – come sottolinea Valerio Mariani sulla Stampa – “un settore ‘antico’ come quello televisivo brinda e pasteggia con quello delle telecomunicazioni capeggiato da un ex operatore statale, di fatto ancora proprietario delle reti su cui viaggia anche la concorrenza, e che potrebbe permettersi di ricattare i governi mettendo sul tavolo delle trattative lo spauracchio dei licenziamenti”. Tutto questo mentre la Finlandia dichiara che la larga banda è diritto civile, servizio primario. Come l’acqua, l’energia elettrica, il gas e i portalettere.

Nel paese delle mille televisioni, lo stato di salute digitale del paese è “depresso”, come ammette lo stesso Calabrò: “L’Italia è sotto la media Ue per diffusione della banda larga (al diciassettesimo posto con una penetrazione del 20,6% contro il 24,8% della media); siamo sotto la media anche per il numero di famiglie connesse a Internet (al ventiduesimo posto con il 53%, contro il 65% europeo), oltre che per la diffusione degli acquisti online e per il contributo del settore digitale al Prodotto interno lordo. Il nostro Paese è fanalino di coda nel commercio e nei servizi elettronici. Le nostre imprese vendono poco sul web; la quota di esportazioni legate all’ICT è pari al 2,2% e relega l’Italia al penultimo posto in Europa”.

Mobile o fissa che sia, la banda larga è all’asfissia.


Twitter: @pinobruno

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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