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Net Neutrality: il diavolo fa le pentole ma non i coperchi

Si dice Net Neutrality, cioè rete aperta, ma il concetto si presta a varie interpretazioni. Se mai avessero via libera, le compagnie di telecomunicazione potrebbero usare la Net Neutrality per fare distinzione tra i vari tipi di traffico, introducendo tributi e pedaggi per i produttori di contenuti, in particolare se concorrenti. E va in questo senso l’accordo tra Google e Verizon Wireless, sul quale deve esprimersi il parlamento statunitense. Se mai fosse approvata, la norma sancirebbe, di fatto, la nascita di due internet. Una velocissima, con accesso a pagamento ai contenuti e licenza di bloccare servizi esterni, semmai di compagnie non gradite. L’altra a scartamento ridotto, sempre più lenta e intasata.

Se l’argomento appassiona l’opinione pubblica americana, sempre attenta ai possibili attacchi alle libertà in rete, in Italia tutti sembrano sonnecchiare. Finora solo il parlamentare del PD Ignazio Marino sembra preoccuparsi della vicenda. “Altro che banda larga per tutti – dice Marino – qui è a rischio la neutralità della rete”!

”I fornitori di internet – spiega Marino – potrebbero inoltre creare concentrazioni contrarie ai principi di garanzia della concorrenza e del mercato, un po’ come è successo nel nostro paese con Berlusconi, che con il suo potere di controllo sulle televisioni, ha reso muta qualsiasi opposizione”. Mi auguro – conclude Marino – che la politica italiana non accolga a cose fatte e con il solito ritardo, cambiamenti epocali che possono incidere sulla vita di miliardi di persone, che di Google e della rete si sono servite fino ad oggi liberamente”.

Eppure, nella Proposta congiunta per una rete aperta di Google & Verizon, si legge che “Gli utenti devono essere liberi di scegliere quali contenuti, applicazioni o dispositivi usare, dal momento che l’apertura è stata decisiva per l’innovazione esplosiva che ha reso Internet un mezzo rivoluzionario”, e che sono necessarie “regole contro le pratiche discriminatorie. Ciò significherebbe che, per la prima volta, i fornitori di servizi a banda larga fissa non potrebbero discriminare o dare precedenza a determinati contenuti, applicazioni o servizi online a danno dell’utenza o della concorrenza”.

Dunque, stando a quanto abbiamo appena letto, sembrerebbe che Google & Verizon predichino bene, anche se Ignazio Marino dice che potrebbero razzolare male. Ha le stesse perplessità il giurista statunitense Marvin Ammori, che su The Huffington Post sottolinea come le due società potrebbero farsi baffo delle sanzioni previste dalla loro stessa proposta.

Insomma, dice Ammori, la sanzione di due milioni di dollari prevista per i trasgressori non fa paura. Verizon – sottolinea il giurista – incassa due milioni di dollari ogni dieci minuti; dieci milioni ogni tre ore. Potrebbe pagare la multa e andare avanti come se nulla fosse. Non a caso Marvin Ammori cita il precedente della British Petroleum e del disastro ambientale nel Golfo del Messico. BP può ben pagare i 75 milioni di dollari (tetto massimo previsto dalla legge) per i danni causati, e andare comunque avanti con le trivellazioni.

Verizon potrebbe per esempio bloccare l’uso del motore di ricerca Bing della Microsoft sui suoi cellulari, oppure far pagare l’accesso a siti web e poi pagare la multa.

Se la Proposta diventerà legge, l’impatto sarà pesante in tutto il mondo. Per questo sta crescendo la protesta delle associazioni e dei gruppi di pubblico interesse che avevano appoggiato la proposta dell’amministrazione Obama per la ‘Net Neutrality’. Eric Schmidt, CEO di Google, ha detto che la sua compagnia non intende avvalersi di queste corsie preferenziali. Cè da fidarsi?

Il motto di Google è stato a lungo Don’t Be Evil, ma il diavolo – si sa – fa le pentole e non i coperchi, cioè “se fai una cattiva azione, anche se credi che nessuno lo sappia, prima o poi la verità viene a galla”.


Twitter: @pinobruno

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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