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Google don’t be evil? Don’t Shut Down Google Translate API!

Su Facebook è appena nato un gruppo che promette battaglia: Don’t Shut Down Google Translate API. Google ha deciso di staccare la spina a uno dei servizi più amati dagli sviluppatori di tutto il mondo, l’Application Program Interface Google Translate per l’interazione di siti Web e applicazioni con la traduzione dei testi da e per tutte le lingue del mondo. Si chiude bottega dal 1 dicembre prossimo e chi si è visto si è visto. Il motivo? Un non precisato “abuso”, che ha causato un altrettanto non precisato “onere economico”.

Trasparenza zero, arroganza molta. Su ZDNet fioccano i commenti – incazzati – degli utenti. La chiave di lettura più gettonata è la seguente: siccome Google campa ciucciando informazioni sulle abitudini degli utenti (cosa visitano, cosa comprano, dove vanno, eccetera), l’API Google Translate si è rivelata insoddisfacente per il business aziendale. Un peso morto da eliminare. E chissenefrega se così resteranno con il sedere per terra migliaia e migliaia di sviluppatori che hanno creato software e applicazioni open source.

I più tecnici dei miei lettori comprenderanno meglio di quale danno si tratta. Ai meno tecnici dico che Google si comporta come il pifferaio magico. Alletta gli utenti con una serie di servizi straordinari, che hanno trasformato in meglio la vita di tutti. In cambio, però – e dobbiamo esserne tutti consapevoli – chiede l’anima della nostra privacy. Se uno di questi straordinari servizi non lavora bene in questo senso, ecco che Google lo butta nel cestino.

Qualcuno dirà che è la legge del mercato, che Google è un’azienda. Deve fare profitti e dunque ha il dovere di tagliare i rami secchi. Lo si dica, allora, senza infingimenti e ipocrisie. Non ci si può proporre come Mecenate del mondo digitale e poi chiudere la porta in faccia agli architetti/artisti del codice.

PS. Non c’entra nulla con il post, ma con l’etica di Google si, questa notizia da Londra:

Google e’ riuscito a non pagare oltre 3 mld di sterline di tasse in Gran Bretagna e in altri Paesi negli ultimi 5 anni, grazie ad un’elaborata rete societaria che sfrutta diverse giurisdizioni, tra cui Irlanda, Olanda e Regno Unito, per far finire gli introiti alle Bermuda.

La societa’, il cui motto e’ ”non essere cattivo” e che ha ricevuto pubblicamente l’appoggio del premier Cameron e del cancelliere Osborne, versa ogni anno nelle casse del Regno soltanto 3 mln di sterline di tasse nonostante raccolga circa 2 mld di sterline in pubblicita’. Secondo un’inchiesta pubblicata oggi (29 maggio. NdR) dal Sunday Times, se non fosse per la rete di societa’ che gli permette di minimizzare i suoi contributi al fisco, Google avrebbe dovuto pagare allo Stato britannico 190 mln anziche’ 3.

Il livello di ‘evasione legale’ e’ cosi’ alto da risultare imbarazzante per i conservatori, strettamente legati a Google.

Cameron ha nominato Eric Schmidt, presidente del gigante online, suo consulente per gli affari, mentre il suo consulente per le strategie, Steve Hilton, e’ sposato con Rachel Whetstone, del cda di Google. Il cancelliere Osborne questo mese e’ intervenuto per la seconda volta alla conferenza annuale di Google e ha offerto un pranzo in onore di Schmidt. La posizione di Google potrebbe inoltre aumentare le frizioni tra Osborne e il ministro per le attivita’ produttive Vince Cable, che ha accusato Google di ”schivare le sue responsabilità’ sociali”. (fonte: Ansa)



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