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Dell’uso e abuso di link e hashtag

C’era una volta lo specifico radiotelevisivo, il linguaggio che i giornalisti della radio e della tivù dovevano adottare per raccontare fatti complessi in sessanta-novanta secondi. Doveva essere diverso da quello della carta stampata. A sua volta, quello della radio, doveva distinguersi dal linguaggio televisivo, in un sapiente elettuario di cose da dire e cose da far vedere. C’era una volta e, per molti versi non c’è più, perché i giornali radio e i telegiornali di oggi sono diversi da quelli degli anni settanta, ottanta e novanta.

Non tutto cambia. Alcuni tiggì e giornali radio sono rimasti ingessati, appaiono polverosi, altri si sono evoluti. Poi è arrivato lo specifico del web, linguaggio non ancora sistematizzato e non compreso fino in fondo da tutti quelli che lo usano, ma ormai in maturazione.

Lo specifico del web prevede il ricorso ai link e, al tempo di Twitter, anche agli hashtag. Servono, si sa, per alleggerire il testo, suggerire approfondimenti, indicare le fonti, mostrare immagini e filmati. Chi vuole esaminare meglio l’argomento, può cliccarci su. Link e hashtag stanno democratizzando l’informazione, la rendono più trasparente, permettono al lettore di farsi un’idea più compiuta di protagonisti e circostanze dell’evento raccontato.

Già, ma a volte si esagera, dice una vecchia volpe del giornalismo americano. Nicholas Carr, conosciuto in Italia soprattutto per il suo ultimo libro, Internet ci rende stupidi? (Raffaello Cortina 2011), dal suo blog prova a suggerire qualche trucco per aiutare giornalisti digitali e postaioli (neologismo appena coniato: coloro i quali scrivono post per i blog).

Carr dice di essere stato ispirato dalla lettura di un post di Clay Shirky. Io sono stato ispirato da Carr, che a sua volta ha ispirato Internazionale di questa settimana, e dunque approfitto della inappuntabile traduzione curata da Caterina Benincasa.

Ecco l’articolo di Nicholas Carr:

“Chiamatemi nostalgico, ma a volte mi piace piazzare le mie vecchie ossa di fronte al desktop e navigare il world wide web come si faceva quando ero giovane, prima di Facebook, quando internet non era ancora una miniera di soldi.

Stavo proprio navigando in rete tempo fa, quando mi sono imbattuto in un post di Clay Shirky sul futuro del business dell’informazione. Era un post maledettamente lungo. Ma sono riuscito a leggerne una buona parte prima di cliccare sul bottone Read later di Instapaper, un modo formidabile per evitare di leggere articoli lunghi senza sentirsi in colpa.

Era un pezzo interessante, come ci si aspetta da Clay Shirky, anche se a volte un po’ troppo snob (a quanto pare la gente comune non va oltre le pagine dello sport). Però quello che mi interessa qui non è il contenuto del post di Shirky, ma la sua forma, in particolare il modo in cui ha usato i link.

È passato un po’ di tempo da quando ho scritto sulla necessità di non usare troppi link, ma è una questione su cui mi arrovello ancora: come si può rimanere aggrappati ai vantaggi dell’ipertesto minimizzando le distrazioni che i link procurano a chi legge? Alcune persone hanno cominciato a inserire una lista di fonti con i relativi link in fondo all’articolo o al post, lasciando pulito il testo principale. Questo sistema funziona abbastanza bene, ma mi sembra un po’ scomodo e inoltre è più faticoso per chi scrive (un difetto gravissimo se chi scrive è pigro come il sottoscritto).

Si può anche scegliere di fare a meno dei link – oggi solo uno stupido non sa trovare in un attimo una citazione su Google – ma per quelli di noi che hanno ancora un legame affettivo con l’idea di link come moneta del regno di internet (pur riconoscendo che ormai non vale quasi più nulla), gettare la spugna sembra un fallimento morale.

Mi piace la soluzione di Shirky. Lui mette un asterisco alla fine delle citazioni, usandolo come link. Non so se sia la migliore soluzione possibile, ma è un buon compromesso tra la calma di una nota a fondo pagina e la spinta propulsiva di un link. È molto più facile ignorare un asterisco o una postilla piuttosto che una frase sottolineata, di colore diverso, che salta subito all’occhio. E comunque, se vuoi dare un’occhiata alla fonte originale hai sempre il link a disposizione. Clic! Zoom! E rendi il tuo piccolo omaggio all’autore che hai citato.

Il metodo Shirky

C’è stato un tempo, molti anni fa, in cui mettere un sacco di link in un post, o in un qualsiasi tipo di testo online, significava che eri “un fico”, che avevi capito tutto di come funzionava il web.

Questo tempo, però, è finito da un po’. Leggere una pagina piena di link blu è faticoso (l’equivalente oggi è usare un hashtag su Twitter per aggiungere un commento ironico alla fine di un tweet. Un anno fa era considerato divertente, ora è una cosa da scemi). Oggi è possibile – anzi, è preferibile – offrire un’esperienza di lettura più tranquilla ai confusi cittadini della rete. Fate riposare i pixel.

Data l’orrenda abitudine di inserire link che rimandano ai propri articoli (per aumentare il numero di pagine viste e quindi guadagnare con la pubblicità), so che lo stile di Clay Shirky e altre forme di rimozione parziale dei link hanno poche probabilità di rivoluzionare l’aspetto del web. E così sia. Io andrò avanti lo stesso e adotterò questo metodo per i miei post più discorsivi. Invece, per quelli che rimandano semplicemente a qualcosa di interessante che ho visto su internet continuerò a usare i link tradizionali.In futuro potrei cambiare idea. Ma per il momento il mio sito è ufficialmente fedele al metodo Shirky”.

Bel post (quello di Carr), vero? Che dite, proviamo anche noi con gli asterischi?

 


Twitter: @pinobruno

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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