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A proposito dei premi giornalistici…

I premi servono ad autoincensare un gruppo, una professione. Le borse di studio a romperne i confini”. Così mi ha twittato Francesco Balducci (@F_Baldux), stimolato a sua volta da Gianvito Rutigliano (@GvRutigliano) e Ludovico Fontana (@ludovicofontana). E’ proprio vero, Francesco. I premi giornalistici proliferano, ridondanti e spesso inutili. Servono per lo più a gratificare giurati e tromboni, a far passerelle di vanità. Perché non investire quei denari in borse di studio da distribuire agli allievi più meritevoli delle Scuole di giornalismo? Ragazzi, sembra essere d’accordo con voi un guru del giornalismo del calibro di David Randall[1]!

Io eliminerei tutti questi premi – scrive Randall in un articolo scritto ad hoc per Internazionale[2]  – e dedicherei  le energie e i soldi a onorare i giornalisti che lo meritano davvero: non persone come me che, per quanto scrivano bene e indaghino a fondo, lo fanno in condizioni di comodità e sicurezza. Quelli che vorrei onorare e indicare come esempio sono i reporter che rischiano la vita o la libertà per fare il loro mestiere’.

Il titolo dell’intervento di Randall è quanto mai esplicativo: Abbasso i premi viva i reporter.

Di questi tempi in quasi tutti i settori – scrive Randall – c’è una sorta di premio Oscar. Viene consegnato nel corso di allucinanti serate in cui persone con le quali non vorreste mai restare bloccati in ascensore ricevono premi come ‘assicuratore dell’anno’ o ‘più promettente installatore di sistemi di ventilazione del 2010’.

Anche il mondo dei mezzi d’informazione, purtroppo, ha i suoi premi. Ho assistito a uno di questi eventi una trentina d’anni fa, ero uno delle centinaia di giornalisti e curiosi che affollavano la sala conferenze di un albergo di Londra. Con il procedere della serata i fumi dell’alcol e dei sigari, per quanto forti, erano stati coperti dall’odore dell’autocompiacimento dei presenti. Giurai che non sarei mai più intervenuto a una serata del genere e mi sono sempre rifiutato di partecipare a questi concorsi.

 

Io eliminerei tutti questi premi, e dedicherei le energie e i soldi a onorare i giornalisti che lo meritano davvero: non persone come me che, per quanto scrivano bene e indaghino a fondo, lo fanno in condizioni di comodità e sicurezza. Quelli che vorrei onorare e indicare come esempio sono i reporter che rischiano la vita o la libertà per fare il loro mestiere. Chi rimane a Londra o a Roma dimentica facilmente che per certi giornalisti fare il loro lavoro comporta il rischio costante di essere aggrediti, arrestati o uccisi. Le aggressioni sono troppo numerose per elencarle ma, secondo Reporter senza frontiere, quest’anno sono stati già uccisi 52 giornalisti e ne sono stati arrestati 159. L’ultimo rapporto del Comitato per la difesa dei giornalisti (Cpj) elenca gli omicidi di reporter che sono rimasti irrisolti negli ultimi dieci anni. Al primo posto c’è l’Iraq con 92, seguono le Filippine con 56, la Russia con 16, il Pakistan con 14, il Messico con 13. Il 30 per cento dei giornalisti assassinati si occupava di politica.

La prima volta che mi sono imbattuto in questa forma violenta di censura è stato a Mosca nei primi anni novanta, quando un’amica arrivò a casa mia pallida per lo shock. Un suo ex collega che scriveva per il giornale Moskovskij Komsomolets era stato ucciso con una bomba nascosta in una valigetta. Si chiamava Dmitrij Kholodov e indagava sulla corruzione nell’esercito. Nessuno è mai stato condannato per quell’omicidio. Fu uno dei primi reporter russi presi di mira per il loro lavoro, prima di Anna Politkovskaja, la giornalista della Novaja Gazeta assassinata per i suoi articoli sulla Cecenia.

Nel 40 per cento dei casi denunciati dal Cpj, l’omicidio è stato preceduto da minacce, fatto che, in molti paesi, attribuisce alle parole delle autorità o dei loro emissari una valenza particolare. Ogni giorno centinaia di reporter di tutto il mondo devono decidere se ignorare le intimidazioni dei funzionari governativi o delle bande criminali oppure rinunciare a pubblicare i loro articoli. Durante il mio primo viaggio in Africa mi trovavo in una redazione di Nairobi e ho sentito un giornalista raccontare, con la noncuranza di chi ci è abituato, che la settimana prima aveva ricevuto due telefonate in cui gli dicevano: ‘Sappiamo dove lavora tua moglie’ e ‘Sappiamo che strada fa tua figlia per andare a scuola’. Pubblichereste il vostro articolo in queste condizioni? Io no, ma lui sì.

Circa un anno dopo ero in Camerun e il direttore di un giornale di opposizione mi contattò per dirmi che gli era piaciuto il mio libro e che sarebbe stato onorato se avessi visitato la sua redazione. Raggiungemmo in macchina un edificio di cemento abbastanza lontano dal centro della città e lui mi fece strada. Dalle pareti e dal soffitto pendevano fili elettrici scoperti e c’erano solo pochi semplici tavoli e sedie. ‘Deve scusarci’, disse, ‘ma questa settimana abbiamo ricevuto una visita della polizia. Hanno fatto un bel po’ di casino’. Dopo la ‘perquisizione’ lui e i suoi giornalisti erano costretti a lavorare sui computer di casa e poi a distribuire le copie del giornale a mano. Provai a dirgli che era lui la persona da ammirare e non io, e che il problema più grave che il mio lavoro mi aveva procurato era stata una ramanzina del direttore, ma non servì a niente. ‘Oh, no, David’, mi rispose, ‘ il suo libro è fonte di grande ispirazione per noi’. Spero solo che non abbia spinto troppi colleghi a farsi distruggere la redazione.

 

Ho la fortuna di lavorare con alcuni giornalisti occidentali che lavorano nello stesso modo. Penso a Andrew Buncombe, il corrispondente in Asia dell’Independent, al quale hanno sparato mentre seguiva le proteste delle camicie rosse a Bangkok, o a Kim Sengupta, il corrispondente dal Medio Oriente. Qualche mese fa ho avuto questa conversazione con lui. Io (a Londra): ‘Come va, Kim?’. Lui (con i ribelli alle porte di Tripoli): ‘Bene, David, bene. Pensavo di… (boato)… scusa, David, è appena arrivato un colpo di mortaio vicino a noi. Adesso ti ripeto tutto…’. E così ha fatto, tranquillamente, mentre le bombe continuavano a esplodere intorno a lui.

Preferisco avere persone come Kim a lavorare per me piuttosto che dieci vincitori di premi”.

Fin qui David Randall. Sarebbe bello sapere cosa ne pensano i vertici dell’Ordine dei giornalisti e della Federazione Nazionale della Stampa, chiamati sempre a patrocinare e a indicare giurati. Meno premi più borse di studio?

 



[1] David Randall è senior editor del settimanale Independent on Sunday di Londra. I suoi ultimi libri sono “Tredici giornalisti quasi perfetti” (Laterza, 2007), e “Il giornalista quasi perfetto” (Laterza, 2009), che casa Laterza ha proposto quest’anno anche in formato eBook. Ve li consiglio caldamente (sono bellissimi).

[2] Internazionale, numero 926, 2 dicembre 2011, traduzione di Bruna Tortorella.

 

 


Twitter: @pinobruno

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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