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Alla Guerra civile con le Digital Humanities

Cosa sono the Digital Humanities? La risposta dipende dall’interlocutore cui si pone la domanda, però se l’argomento è finito sulla prima pagina dell’edizione online del New York Times  vuol dire che The Digital Humanities è ormai un termine che fa parte del lessico culturale del momento, ed è ormai un fenomeno accademico di cui bisogna tener conto. Per farla breve, l’espressione si riferisce all’uso delle tecnologie digitali negli studi umanistici, sia per la quantificazione dei dati che per il modo di organizzare e presentare i risultati delle ricerche. Un utile punto di partenza per capire di cosa si tratta è un progetto prototipo del “lontano” 1992, The Valley of the Shadow, un archivio elettronico creato per l’Università della Virginia dal Prof. Edward L. Ayers, studioso della Guerra Civile americana.

 

Il sito, che ha un aspetto grafico ormai antiquato ma ancora “leggibile”, permette al lettore di paragonare a vari livelli la realtà sociale di due piccole comunità, una del nord (Franklin County, Pennsylvania) e l’altra del sud (Augusta County, Virginia) , prima, durante e dopo la guerra civile che divise in due gli Stati Uniti fra il 1861 e il 1865.

Il sito è una miniera per storici, studiosi e appassionati. Ci sono lettere e diari di soldati, cittadini giovani e vecchi delle due contee, ma anche informazioni sui censimenti statali, registri contabili, immobiliari e patrimoniali e centinaia di mappe e immagini. The Valley of the Shadow è un progetto storico che non racconta una sola storia ma infinite; è una intera biblioteca, più che un libro monografico.

A prima vista The Valley of the Shadow e progetti analoghi possono sembrare soltanto un modo geniale di trarre vantaggio dalla possibilità, quantitative e formali, delle nuove tecnologie.

Invece l’emergere delle Digital Humanities nei vari campi della conoscenza comincia a scuotere alle fondamenta la concezione stessa degli studi umanistici.

Scompare rapidamente l’idea millenaria del testo fisso, scritto dopo lungo ponderare dalla singola mente. Invece, come sostiene il prof.Stanley Fish sul New York Times, tutta la produzione scientifica diventa blog: quasi istantanea, provvisoria di natura, e di necessità collaborativa.

 

Riferimenti bibliografici:

Thomas Haskell Simpson è docente della Northwestern University (Illinois), Dipartimento di francese e italiano, ed è autore di numerosi saggi. 
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Twitter: @pinobruno

Pubblicato da Thomas Haskell Simpson

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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