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Iran: guerra informatica contro gli oppositori

La storia è vecchia quanto la rete. Quando i regimi sono in crisi, per l’incalzare delle proteste popolari, spengono Internet o ne rendono arduo l’accesso. Lo hanno fatto in Tunisia, Egitto, Libia, Birmania, Corea del Nord, Cuba. Continuano a farlo in Siria e Iran. Tra il 9 e l’11 febbraio più di trenta milioni di iraniani – quasi la metà della popolazione – non hanno potuto usare la posta con GMail, Yahoo, Hotmail, né leggere blog e social network. Perché? Gli ayatollah hanno bloccato gli indirizzi web con il protocollo https, che garantisce trasferimenti riservati di informazioni digitali.

 

Il blocco non è mai totale, perché altrimenti andrebbe ramengo l’intera economia iraniana. Il protocollo https, infatti, viene adottato anche per le transazioni bancarie e finanziarie. Le interruzioni a singhiozzo, dunque, servono soprattutto per impedire agli oppositori di usare la rete per l’attività politica e ai cittadini di accedere a informazioni non filtrate dalla censura.

 

La polizia informatica iraniana al lavoro

 

Lo stop and start della rete iraniana è monitorato da siti specializzati come The Hacker News, mentre BlockedInIran permette di cercare quali sono gli indirizzi IP bloccati.

Iran Shutdown Google ,Yahoo & other Major sites using Https Protocol (The Hacker News)

“Il blocco alla rete si è intensificato durante le celebrazioni per il 33 °anniversario della Rivoluzione” , scrive News of Iran . Sul blog del progetto Tor, che progetta software per aggirare la censura online, sono descritti i metodi adottati dal regime per rendere impossibile l’accesso ai siti non controllati. Tor è uno degli strumenti più usati nei paesi sottoposti a censura. Solo in Iran ci sono circa sessantamila utenti.

 

La polizia informatica iraniana al lavoro

 

Il governo ha fatto una ispezione approfondita sui certificati SSL utilizzati dai browser Internet per verificare l’origine dei siti.  Sono stati poi bloccati selettivamente gli indirizzi IP specifici e sono state filtrate alcune parole chiave. “L’Iran ha sperimentato il rilevamento e la gestione dei certificati SSL per almeno un anno”, dice Andrew Lewman , direttore esecutivo di Tor Project. Tor utilizza il protocollo SSL e così, per ostacolarne l’uso, il regime di Teheran lo ha preso di mira.

Gli attivisti del Progetto Tor stanno già studiando le contromisure. Il sistema Obfsproxy  è ancora in fase sperimentale ma, quando sarà messo a punto, riuscirà ad ingannare la censura nascondendo l’uso del certificato SSL. Cioè i filtri predisposti per intercettare il flusso di dati SSL saranno ingannati da Obfsproxy. Migliaia di utenti iraniani stanno partecipando ai test.

En janvier 2011, les autorités ont finalisé la mise en place de la première “cyberpolice” iranienne, afin de renforcer son contrôle du Net. Annoncée six mois plus tôt par Ebrahim Jabari, l’un des commandants des Gardiens de la Révolution, cette “cyberarmée” est déjà responsable des actions de répression contre des réseaux en ligne qualifiés de “destructeurs”, et de l’arrestation de centaines de net-citoyens. Cette nouvelle mesure renforce encore l’homogénéité de la politique de censure iranienne (Reporters sans frontières). 

La libertà corre sul filo della rete. Una guerra silenziosa, senza esclusioni di colpi, combattuta da cyberattivisti di tutto il mondo. Sull’altro fronte c’è il nuovo corpo di polizia informatica creato un anno fa dal governo iraniano, come fa sapere Reporters sans frontières. Budget illimitato, poteri straordinari, repressione feroce e sanguinaria.


Fonti: Le Monde, News of Iran, The Hacker News, Progetto Tor.


Twitter: @pinobruno

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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