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Lezione di data journalism

Oggi Il Fatto Quotidiano ci ha dato una lezione di data journalism. Ha sguinzagliato quattro cronisti – Eduardo Di Blasi, Carlo Tecce, Davide Vecchi, Paola Maola – a caccia di open data, cioè quella miniera di informazioni che le pubbliche amministrazioni dovrebbero rendere pubbliche in ossequio alle norme sulla trasparenza. Non crediate che sia un compito facile. Anzi. Molte PA i dati continuano a nasconderli. Si rifiutano proprio di ottemperare alla legge. Tanto, le sanzioni non ci sono o sono blande. Altre, più furbe, li pubblicano sì, ma nei meandri più profondi dei loro siti, inaccessibili ai motori di ricerca interni, in formati difficili da indicizzare e consultare.

(Immagine dal sito "Nove da Firenze" www.nove.firenze.it)

 

Così il bravo data journalist deve scarpinare con mouse e tastiera, come una volta facevano i cronisti che consumavano le suole delle scarpe girando come trottole tra questure, caserme di carabinieri, palazzi dei pubblici poteri. I dati pubblicati dal Fatto Quotidiano erano lì, sul sito del Ministero della Funzione Pubblica, sotto la voce “ Consulenti e collaboratori – Elenco incarichi 2010 – Per regione”. Ogni giornale locale poteva andare a sfogliare quei dati per sapere come ogni singola pubblica amministrazione della propria regione, città, provincia, asl, eccetera ha speso soldi in consulenze. A chi, quanto, perché.

E’ vero, il data journalism è ancora un pargoletto, nel panorama italiano. Pochi giornalisti sanno usare bene i motori di ricerca, le mappe geolocalizzate, i pochi open data già disponibili.

Eppure “il Commissario europeo per l’agenda digitale Neelie Kroes ha affermato più volte che l’enorme mole di informazioni prodotte dalle amministrazioni se ben riformulate possono portare occupazione  e ricchezza per i paesi che sapranno approfittarne (parliamo di un business, quello delle applicazioni mobili stimato per il 2013 in 15 miliardi di euro). L’Europa dunque ci spinge verso gli open data e verso la sfida della trasparenza delle istituzioni, e in un comunicato della Commissione con l’annuncio della nascita a breve di un portale con gli open data europei si legge: ‘trasformiamo i dati dei governi in oro’” (Nicola D’Angelo, commissario AGCOM).

Ci sarà da lavorare molto, perché gli open data sono molto trendy, ma la burocrazia italiana, da sempre riottosa alla trasparenza e ai cambiamenti, farà di tutto per annacquarne  la portata.

Il proliferare di iniziative di legge regionali in tema di Open Data è un fattore positivo, ma bisogna evitare che si tratti dell’ennesima moda di consulenti, politici e amministratori. Un tema da cavalcare, di cui sfruttare la visibilità, senza comprenderne davvero le criticità (che ci sono e vanno affrontate) o, peggio, senza essere interessati davvero ad attuarlo. Negli anni scorsi è già successo con le leggi in materia di software libero nella pubblica amministrazione: molte disposizioni (anche regionali) di principio, pochi risultati realmente apprezzabili. Il rischio è che, in alcuni casi, l’avvio di un iter per l’approvazione delle leggi regionali possa essere un modo per rinviare la reale liberazione dei dati” (Ernesto Belisario, giurista).

E allora? Da un lato bisogna premere perché gli open data non siano l’ennesima moda italiana, dall’altro i giornalisti devono tornare a scuola. Leggo che se ne parlerà al Festival del giornalismo di Perugia., il prossimo 27 aprile. Non potrò esserci e mi dispiace. L’incipit è interessante:

“In passato i reporter investigativi soffrivano la scarsità di informazioni relative alle domande cui cercavano di rispondere. Anche se oggi il problema permane, i giornalisti devono inoltre fronteggiare una schiacciante abbondanza di dati. In un periodo di sovraccarico di informazioni, per essere utili alla società i giornalisti hanno bisogno di imparare a separare i segnali dai rumori, in modo da offrire una visione valida. I giornalisti devono equipaggiarsi con la conoscenza degli strumenti, delle tecniche e delle tattiche per lavorare con i dati in modo da ricavarne il massimo valore per i loro lettori. Il giornalismo è sotto assedio. I modelli tradizionali sono al collasso. Sviluppare il know-how per usare i dati a disposizione più efficientemente, per comprenderli, generare e comunicare storie basati su di essi, può essere una grande opportunità per infondere nuova linfa nel giornalismo. Qual è il potenziale del data journalism? Come puoi iniziare un’operazione di data journalism? Come puoi guadagnare con il data journalism?”

Spero che gli organizzatori si ricordino di invitare i quattro cronisti del Fatto Quotidiano. Sarebbe un buon caso di studio.

 


Twitter: @pinobruno

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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