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Tra sei anni parleremo tutti la stessa lingua

Se parliamo tante lingue diverse è per colpa della nostra superbia. Almeno così ce la racconta il libro della Genesi (11, 1-9), perché ci fu un tempo in cui “Tutta la terra parlava la stessa lingua e usava le stesse parole”. Già, ma gli uomini della Torre di Babele volevano sfidare Dio, e Lui allora “confuse la lingua di tutta la terra, e di là l’Eterno li disperse sulla faccia di tutta la terra”. Da allora siamo costretti a imparare le lingue e a usare i dizionari. Una bella rottura, diciamolo, perché se ci arrangiamo con l’inglese, il francese e lo spagnolo, pochi di noi prendono in considerazione lo studio del russo, del cinese, del giapponese o dell’hindi. Una nuova Torre di Babele ci farebbe proprio comodo e non è detto che Google non riesca a costruirla entro i prossimi sei anni. Ci fa quasi una promessa il Distinguished Research Scientist di Google Translate, Franz Joseph Och.  

 

D’altronde il padre della linguistica informatica era un gesuita, lo scienziato padre Roberto Busa, l’uomo che insegnava le lingue ai computer, scomparso l’anno scorso dopo aver dedicato tutta la sua vita a costruire un futuro in cui le macchine avrebbero aiutato l’umanità a superare Babele. E padre Busa era uno che il Libro della Genesi lo conosceva a menadito.

Molto probabilmente nei suoi studi Franz Joseph Och si sarà imbattuto più volte nelle ricerche dello scienziato gesuita. Di certo ne avrà condiviso i sogni, tanto da affermare, qualche giorno fa:

We want to knock down the language barrier wherever it trips people up, and we can’t wait to see what the next six years will bring,

cioè

Noi vogliamo abbattere ovunque la barriera linguistica che ostacola la gente e non possiamo aspettare di vedere cosa accadrà nei prossimi sei anni

Insomma, un bell’impegno. D’altronde la linguistica informatica sta facendo passi da gigante. Google ha cominciato ad occuparsene nel 2001, con un servizio di traduzione automatica di otto lingue dall’inglese e viceversa. Ovviamente i risultati erano maccheronici, a volte esilaranti. In questi undici anni le cose sono cambiate grazie a semantica, ontologia e intelligenza artificiale applicati all’informatica. Google Translate è diventato meno “scemo”.

Dal 2006 a oggi – racconta Franz Joseph Och  – ci siamo concentrati soprattutto sulla qualità del nucleo traduzioni e sulla copertura linguistica. Possiamo ora tradurre tra 64 lingue diverse, compresi il bengalese, il basco, lo swahili, l’yiddish e persino l’Esperanto”.

Google Translate è usato ogni mese da 200 milioni di utenti, il 92 per cento dei quali interroga il motore fuori dai confini degli Stati Uniti. E’ cambiato anche l’approccio. Sempre meno dal desktop, sempre più dai dispositivi mobili. Ogni giorno il traduttore automatico elabora tante parole quante se ne possono trovare in un milione di libri. Il traduttore di Google fa in un giorno quello che tutti i traduttori professionisti del mondo fanno in un anno.

Certo, i risultati della macchina sono ancora deludenti, per fortuna degli interpreti umani, ma la prossima frontiera è un’altra, molto più ambiziosa. Il Google Translator dell’immediato futuro – i prossimi sei anni, appunto – sarà embedded, incorporato negli smartphone, nei tablet, negli occhiali a realtà aumentata a cui lo stesso Google sta lavorando con il Project Glass.

Noi parleremo nella nostra lingua e dall’altoparlante verrà fuori la stessa frase nella lingua dell’interlocutore. Lo straniero risponderà e il nostro gadget tradurrà all’istante.

E così, di nuovo, reinterpretando la Genesi, tutta la terra parlerà la stessa lingua e userà le stesse parole.

 


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