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Della scuola e degli standard europei, quelli veri

Ricevo e pubblico volentieri una lettera della professoressa Antonietta Brillante, che insegna filosofia e scienze della formazione a Pistoia. Altri siti e giornali ne hanno parlato, ma aggiungo volentieri alla lista il mio blog, anche perché l’economista Alex Napoli mi ha appena ricordato quanto spende l’Italia per l’istruzione: il 4,9 del PIL (il 6,3% in Francia, il 6% nel Regno Unito, il 5,6% in Spagna, il 5,3% in Germania, il 7,9% in Danimarca). Ecco, il ministro Profumo ama ripetere che bisogna adeguarsi agli standard europei. Dimentica giustappunto gli stipendi e il PIL. Mica bruscolini… Ecco la lettera della prof:

 

“Signor ministro,

mi piacerebbe che questa mail arrivasse fino a Lei e non ad uno dei suoi segretari o membri del suo staff, per poterLe trasmettere, con le mie parole, tutta l’indignazione che provo per le Sue ultime dichiarazioni e per i provvedimenti che il Suo governo intende prendere riguardo alla scuola.

Mi presento: mi chiamo Antonietta Brillante; sono dottore di ricerca in filosofia politica; ho ottenuto tre abilitazioni all’ultimo concorso indetto alla fine degli anni ’90;  sono entrata di ruolo nella scuola pubblica nel 2004 e attualmente insegno filosofia e scienze della formazione presso il Liceo Forteguerri di Pistoia.

In base a quanto ho appena letto su alcuni quotidiani, Lei  ha argomentato la proposta di portare a 24 ore settimanali l’attività di insegnamento dei docenti della scuola secondaria, sostenendo che “bisogna portare il livello di impegno dei docenti sugli standard dell’Europa occidentale”.

Mi chiedo e Le chiedo se Lei è mai stato in una scuola di un Paese dell’Europa occidentale, possibilmente del nord-Europa. E’ un interrogativo che non mi pongo da oggi, ma che oggi, a fronte delle Sue ultime dichiarazioni, si fa più impellente ed esige una risposta precisa.

Ebbene, io Le posso dire che  ci sono stata. Quattro anni fa, sono stata in Danimarca, in un paesino dello Jutland, Skive, per due settimane. Ho accompagnato una classe ad uno scambio e, dal momento che insegno in un Liceo pedagogico, abbiamo visitato, full-time, per 14 giorni, scuole di ogni ordine e grado: dai Kindergarten ai Licei.

Le posso anche dire che le nostre scuole, per quanto riguarda le strutture, i materiali didattici, gli spazi e i tempi della didattica, sono proprie di un Paese arretrato e sottosviluppato: e di questo, la responsabilità è di chi ha deciso, da vent’anni a questa parte che, prima, per entrare in Europa, poi, per far fronte alla crisi, bisogna tagliare la spesa pubblica, cioè la scuola, la sanità, le pensioni (sia mai le spese militari – vedi  acquisto degli F 135 – o le missioni militari all’estero). Per inciso, “ricette” per le quali non è necessario un governo di “tecnici”, né lo stipendio di ministro o di parlamentare: le saprei proporre pure io, che mi occupo di altro e  ho ben altre competenze.

A Skive mi sono resa conto che, per quanto riguarda il curriculum di studi e la didattica, con eccezione di quella che prevede l’uso di laboratori, noi non abbiamo niente da invidiare ai Paesi europei. Non solo il livello di preparazione dei colleghi danesi non era certo superiore al mio o a quello di molti colleghi italiani, ma ho anche rilevato che, per quanto riguarda lo studio analitico dei testi e delle fonti (siano essi letterari, storici o filosofici), mediante il quale gli alunni conseguono  diverse competenze, molti docenti italiani potrebbero avere qualcosa da insegnare a quei colleghi.

A Skive ho anche scoperto che i colleghi danesi, che lavorano 18 ore alla settimana, per un anno scolastico di 200 giorni, percepiscono uno stipendio medio di 3.000 euro (parlo di 4 anni fa), a fronte di uno stipendio, quale è il mio, di 1.380 euro, che tale resterà fino al 2017. Non solo: i colleghi di Skive, quando hanno compiti da correggere, inviano una copia in un ufficio a Copenaghen, che calcola il tempo medio di correzione per il numero di alunni e computa, su quelle basi, un compenso aggiuntivo. I docenti di Skive non devono controllare gli alunni durante i lunghi intervalli e neppure hanno l’obbligo di incontrarsi con i genitori, perché il rapporto privilegiato è quello diretto: docente-discente (unica eccezione: 5 minuti di colloquio a quadrimestre, concessi ai genitori degli alunni che frequentano il primo anno).

Ministro, sono questi gli standard europei!

Io sono un’ottima insegnante: non solo perché ho un livello di preparazione nelle mie discipline  persino superiore a quello che è richiesto ad un docente di scuola superiore, ma perché ho la capacità – lo attestano i riconoscimenti degli ex alunni e delle loro famiglie – di coinvolgere gli studenti, di sollecitare la loro attenzione, il loro interesse e la loro curiosità. Sono una professionista e come tale voglio essere considerata e trattata. Questo significa anche, signor ministro, che io non lavoro 18 ore, perché, quando torno a casa, leggo, studio, mi auto-aggiorno; preparo nuovi percorsi didattici e di approfondimento adeguati alle classi nelle quali mi trovo ad insegnare, che sono diverse ogni anno, e per le quali è prevista, proprio dal Suo Ministero, una programmazione ad hoc. Correggo i compiti, tanti compiti e non faccio test a crocette, “a risposta chiusa”, per i quali la correzione richiederebbe meno tempo e fatica, perché ritengo che con quei test i ragazzi imparerebbero poco e la stessa valutazione non sarebbe adeguata, ma propongo quesiti a risposte aperte e saggi brevi. E quando correggo, non mi limito a fare segni rossi, ma suggerisco alternative corrette. Ha idea di quanto tempo ci voglia?

Io non sono un’eccezione tra i docenti della scuola italiana, perché, fortunatamente, le nostre scuole possono contare su una grande maggioranza di professionisti, che credono nel loro lavoro e lo svolgono con passione ed impegno: che lo praticano come Beruf.

Quanto all’aumento delle ore di insegnamento: Lei sa cosa significa insegnare, cioè svolgere attività didattica per lo più frontale o lezione guidata, perché non abbiamo altri strumenti a disposizione,  per 24 ore alla settimana? Lo ha mai fatto?  Le posso dire una cosa: ho svolto diversi lavori prima di incominciare ad insegnare e nulla è più faticoso che guidare un gruppo di alunni sulla strada della conoscenza, del sapere. E’ una fatica fisica e mentale. E quello che affermo non ha niente a che vedere con il problema della disciplina, con il fatto di dover alzare la voce per farsi ascoltare: un problema che non ho mai avuto,  neppure quando svolgevo supplenze temporanee o insegnavo nella scuola secondaria di primo grado a ragazzini più piccoli.

E a proposito di standard europei, signor Ministro, mi fa piacere informarLa che a  Skive, e nelle altre scuole danesi che ho visitato, i miei colleghi non solo non hanno cattedre di formica verde, ma hanno un piccolo studio dove possono fermarsi, nelle ore  libere tra un impegno e l’altro, e correggere compiti, studiare,  riposarsi. Hanno in dotazione computer; hanno sale-professori attrezzate con cucine, salottini con tavolini e divani, distributori gratuiti di bevande calde e fredde.

Vuole venire a Pistoia, signor ministro, a vedere che cosa ho a disposizione io, nella mia scuola, quando devo restare intere giornate, perché ho riunioni pomeridiane, e non posso rientrare a casa, non tanto perché la mia abitazione dista 40 km dalla scuola, ma perché il servizio di trasporti regionale è talmente disastroso sulla linea Firenze-Pistoia, che sono costretta a trascorrere intere giornate fuori casa?

Venga, e le mostrerò volentieri  la sala-professori, i bagni per gli insegnanti e, se vorrà vederli, anche quelli per gli studenti; se viene quando il freddo sarà arrivato, si copra bene, perché lo scorso anno, a gennaio, per diversi giorni, la temperatura, nelle aule, non superava i 10°.

Le mostrerò volentieri le lavagne di ardesia, dove  tento di presentare mappe concettuali con gessi talmente scadenti che le cimose polverose non riescono a cancellare i segni. Le mostrerò le poche aule che hanno carte geografiche degne di un mercato del modernariato e quelle invece ancora più spoglie, dove, però, può darsi che penzoli un crocifisso privo di una gamba o di un braccio.

Lei afferma che i soldi risparmiati aumentando le nostre ore di lezione, cioè impiegando meno personale docente e aggravando le difficoltà di una scuola già stremata, verranno investiti in futuro per creare scuole di standard europeo. Non le credo. Sono false promesse e pure offensive per chi nella scuola pubblica lavora e per chi crede nella sua funzione e importanza.

Se  quella fosse stata la Sua intenzione e l’intenzione del Suo governo, avreste dovuto cominciare perlomeno a darci dei segnali nel corso di questi mesi: non solo questi segnali non ci sono stati, ma quelli che abbiamo visto e vediamo vanno in direzione opposta: l’affossamento e la distruzione della scuola pubblica (per non parlare dell’università).

Il demagogismo non mi attira, né mi attraggono le pulsioni anti-casta.

Eppure, signor Ministro mi sento di dirLe che Lei, come molti uomini e donne che hanno responsabilità politiche, siete, parafrasando il titolo di un bel libro di Marco Belpoliti, “senza vergogna”: ed è ora, invece, che la vergogna venga riscoperta come virtù civile, e diventi il fondamento di un’etica pubblica, per un Paese, la cui stragrande maggioranza di cittadini e di non-cittadini  non merita di essere rappresentata e guidata da una classe politica e “tecnica”, ammesso che questa parola abbia un senso, weberianamente miope, non lungimirante, sostanzialmente incapace di pensare all’interesse pubblico e di agire per esso.

Sarò in piazza, signor ministro, a gridare con la poca voce che ho la richiesta delle Sue dimissioni”!

Antonella Brillante


Twitter: @pinobruno

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  • Parole sacrosante, a cui aggiungo:
    – da 6 settimane ho chiesto di poter avere nella mia V una cartina dell’Italia; mi è stato risposto di cercarmela (io, perchè il personale è troppo occupato) in magazzino, dove ho trovato solo reperti giurassici abbandonati (e stranamente nessun topo). La cartina non c’era.Resto in attesa di sviluppi.
    – La IV F (25 studenti) è in un’aula con due finestre con apertura a baionetta (15 cm); ma una finestra è rotta da immemorabile tempo. Si fa lezione con la porta aperta, per avere un po’ di ricambio d’aria. Finestre o porte rotte sono comunque in diverse classi.
    – La scuola è allocata in una specie di campus e le classi in diverse palazzine; non tutte però hanno i servizi: se gli alunni devono andare in bagno, devono mettersi il cappotto (e quando piove munirsi di ombrello) per recarvisi.
    – Nessun bagno (alunni o docenti) è fornito di carta igienica: ce la portiamo tutti da casa. Gli alunni dicono che i loro servizi sono in molti casi rotti o inutilizzabili.
    – Noi docenti da casa ci portiamo anche la carta delle fotocopie: abbiamo una dotazione annua dalla scuola, che per molti è assolutamente insufficiente (e non posso “dettare”, come ha suggerito la Presidenza, i temi già assegnati alla maturità: 5,6 pagine dattiloscritte).
    – Non c’è un luogo deputato a ricevere i genitori; se c’è bisogno di riservatezza, meglio parlare con loro fuori dalle palazzine, all’aperto, piuttosto che in sala Professori.
    Potrei continuare, invece la pianto lì. Preciso che la mia scuola non è in località spersa nelle montagne, ma a Vimercate, nella ricca Brianza, dove evidentemente non arrivano i soldi necessari a farci lavorare dignitosamente.

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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