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Alla ricerca della memoria digitale perduta

Rovistando nei cassetti per fare spazio, ho trovato CD-ROM di enciclopedie, giochi, programmi, dizionari, acquistati dieci, quindici anni fa. Ho provato a farli girare sul PC ma erano illeggibili dal sistema operativo e sono stato costretto a gettarli via. Incontro ravvicinato con l’obsolescenza digitale. Cioè i supporti per immagazzinare i dati invecchiano precocemente. E così potremo continuare a sfogliare gli incunaboli in biblioteca, ma tra qualche decennio forse non saremo in grado di leggere gli eBook comprati oggi, se non si troverà una soluzione a questo paradosso tecnologico. Qualche giorno fa il presidente della Fondazione Rinascimento Digitale, Paolo Galluzzi, ha ricordato che “dopo oltre duemila anni possiamo ancora leggere le iscrizioni incise dai nostri antenati sulla pietra, ma tra trenta – cinquant’anni potremmo non poter più utilizzare nessuno dei documenti contenuti nei nostri archivi digitali”. Già, perché – ricorda Galluzzi – “il novanta per cento dell’informazione è prodotto direttamente in formato digitale”.

 

Scienziati, informatici, istituzioni culturali, musei e biblioteche lavorano per evitare che il buco nero dell’obsolescenza ingoi la memoria del sapere contemporaneo. Qualche tempo fa la direttrice della British Library, Lynne Brindley ha ricordato l’esperienza del progetto Doomsday avviato nel 1986 dalla BBC per catalogare la storia del Regno Unito. Furono usati videodischi da 12 pollici, che già quattro anni dopo erano superati, tanto da costringere i tecnici a salvarli su nuovi supporti usando l’unico player sopravvissuto. Nel 2007 Microsoft ha aiutato la British Library a recuperare milioni di documenti archiviati su macchine ormai da rottamare.

Non è problema che riguardi soltanto la Cultura con la C maiuscola. Anche noi singoli utenti ormai conserviamo tutto in formato digitale. Archiviamo documenti, libri, musica, film e fotografie su dischi fissi interni o esterni, chiavette e DVD, certi di metterli al sicuro dallo scorrere del tempo. Sarà davvero così?  Penso in particolare alle migliaia di fotografie digitali che scattiamo e mettiamo da parte. Chissà se i nostri pronipoti riusciranno a vederle, così come abbiamo fatto noi con i vecchi album di famiglia.

Nei giorni scorsi a Firenze, durante la conferenza “Trusted Digital Repositories and Trusted Professionals” organizzata dalla Fondazione Rinascimento Digitale, il prof. Paolo Galluzzi ha ricordato che “un floppy disk da 5 pollici usato nei primi PC aveva una vita garantita non superiore ai due anni e i CD-ROM e i DVD riscrivibili non vivono oltre cinque anni, in quanto hanno una parte di componenti che si deteriorano nel tempo. I CD-ROM e i DVD con musica e film acquistati nei negozi resistono invece almeno vent’anni  perché le incisioni sono meno profonde”.

Buon lavoro agli scienziati. Intanto comincio a stampare la mia collezione di foto digitali. Meglio vederle ingiallite, tra vent’anni, che non vederle affatto.

 

PS.  Ho trovato in rete questi documenti. Non sono recentissimi, ma inquadrano perfettamente il problema.

http://www.icpsr.org/dpm/dpm-ita/challenges/tech.html

http://unesdoc.unesco.org/images/0013/001300/130071e.pdf

http://www.telecomitalia.it/TIPortale/docs/innovazione/012006/Ricordi_digitali_1_2006.pdf

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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