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Quel pasticciaccio brutto di Dubai contro Internet

Google sarà pure il diavolo, ma sulla congiura contro la libertà di internet in atto a Dubai ci sta avvertendo da tempo: “Alcuni governi hanno intenzione di approfittare di un incontro a porte chiuse che si terrà a dicembre per autorizzare la censura e regolamentare Internet in modo restrittivo”. Sì, un pasticciaccio brutto si sta consumando a Dubai durante la conferenza mondiale dell’International Communication Union (Itu): vogliono controllare la rete, filtrarne i contenuti, censurare le comunicazioni. Uno degli strumenti di controllo si chiama Deep Packet Inspection, tecnica finora maneggiata con circospezione nei paesi democratici ma destinata ad essere liberalizzata dal vertice di Dubai. Ne parlano diffusamente Marco Valerio Principato sul suo blog e Federico Guerrini sulla Stampa.

 

Google aveva sentito puzza di bruciato e aveva lanciato l’allarme con la sua Take Action:

“La Rete non è controllata da nessuno: nessuna singola organizzazione, nessuna persona, e nessun governo. La rete collega il mondo intero. Più di due miliardi di persone sono online oggi – quasi un terzo della popolazione mondiale”, ma:

“Non tutti i governi sostengono la rete Internet libera e aperta. C’è un crescente giro di vite nei confronti della libertà di Internet. Quarantadue Paesi filtrano e censurano i contenuti. Solo negli ultimi due anni sono state promulgate da alcuni governi 19 nuove leggi che minacciano la libertà di espressione online”.

“Le proposte di modifica del trattato potrebbero autorizzare la censura e minacciare l’innovazione – dice ancora Google – potrebbero permettere ai governi di censurare la legittima libertà di espressione o persino impedire l’accesso a Internet”.

Ok, Google e i big della rete non sono samaritani, e lo sappiamo, ma in questa battaglia vanno sostenuti, perché la neutralità della rete è vitale per cittadini e utenti. Si comincia con la Deep Packet Inspection e poi si può decidere di chiudere il rubinetto della rete quando diventa scomoda. E’ successo in Egitto, Tunisia, Libia, Siria, dove Internet è stata addirittura spenta per qualche giorno. E comunque quarantadue Paesi già filtrano e censurano i contenuti.

Non possiamo che essere d’accordo con Google quando dice che “l’’ITU non è il posto giusto per decidere del futuro della Rete. Solo i governi hanno diritto di voto all’ITU. Tra questi governi ci sono anche quelli che non sono a favore di una Rete libera e aperta. Gli ingegneri, le aziende e le persone che costruiscono e utilizzano Internet non hanno diritto di voto. I dibattiti all’interno di ITU si svolgono sempre a porte chiuse. La conferenza e le proposte legate al trattato sono segrete. La regolamentazione di Internet dovrebbe essere aperta e partecipativa, poiché questa è la natura di Internet. Il futuro di Internet non dovrebbe essere determinato dai soli governi. Dovrebbero essere coinvolti anche i miliardi di persone di tutto il mondo che utilizzano Internet, senza dimenticare gli esperti che lavorano al suo funzionamento”.

E, se non ci fidiamo di Google, possiamo senz’altro dar credito a uno dei padri del web, sir Tim Berners Lee, che alla BBC ha detto:

La governance di Internet funziona bene così com’è, non c’è bisogno di cambiarla”.

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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