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Da Echelon a PRISM anche la tua vita può essere una “vita degli altri”

Tutti spiano tutti. Le cancellerie si indignano, i parlamenti minacciano, ma in fondo è sempre la stessa storia. Cambiano soltanto le tecnologie. Prima dell’11 settembre e della guerra al terrorismo (che giustifica ogni tipo di violazione della privacy) c’era la Guerra Fredda. Prima di PRISM c’era Echelon. Insomma, ci spiano da sempre ma lo fanno per il nostro bene. D’altronde lo sapevano pure i bambini e ce lo cantava financo Eugenio Finardi, nel 1976: “La C.I.A. ci spia e non vuole più andare via; La C.I.A. ci spia sotto gli occhi della polizia; La C.I.A. ci spia e non vuole più andare via”. Se non vi piacciono le canzonette, provate a rivedervi film come The Listening, Nemico Pubblico (per par condicio con i “cattivi” d’un tempo anche Le vite degli altri), o leggete Il segreto di Inga di Björn Larsson. Ne verrete fuori con una sgradevole sensazione di deja vu.

 

L'attore Ulrich Mühe che interpreta il Capitano della Stasi Gerd Wiesler

L’attore Ulrich Mühe interpreta il Capitano della Stasi Gerd Wiesler nel film “Le vite degli altri”

Insomma, c’è sempre un nemico da cui difendersi, c’è sempre un “interesse supremo” che giustifica la pervasività dei sistemi di sicurezza. Gli strumenti digitali hanno soltanto acuito la quantità e la qualità della penetrazione nelle “vite degli altri”, che poi sarebbero le nostre vite. PRISM è un Echelon alla massima potenza.

Né può consolarci, come molti fanno, la certezza che “in fondo a noi non ci spiano, perché noi facciamo una vita semplice, noi non frequentiamo terroristi, noi non abbiamo nulla da nascondere”. Partecipare al mondo digitale, andare sul web, far parte dei social network, ci proietta purtroppo nella “Teoria dei sei gradi di separazione” o “Teoria del mondo piccolo “. E’ l’ipotesi dello scrittore ungherese Frigyes Karinthy “secondo cui qualunque persona può essere collegata a qualunque altra persona attraverso una catena di conoscenze con non più di cinque intermediari”.

Karinthy la formulò nel 1929. Si legge su Wikipedia che “nel 1967 il sociologo americano Stanley Milgram trovò un nuovo sistema per testare empiricamente la teoria, che egli chiamò ‘teoria del mondo piccolo’. Selezionò casualmente un gruppo di americani del Midwest e chiese loro di mandare un pacchetto a un estraneo che abitava nel Massachusetts, a diverse migliaia di chilometri di distanza. Ognuno di essi conosceva il nome del destinatario, il suo impiego, e la zona in cui risiedeva, ma non l’indirizzo preciso. Fu quindi chiesto a ciascuno dei partecipanti all’esperimento di mandare il proprio pacchetto a una persona da loro conosciuta, che, a loro giudizio, poteva avere il maggior numero di possibilità di conoscere il destinatario finale. Quella persona avrebbe fatto lo stesso, e così via, fino a che il pacchetto non fosse stato personalmente consegnato al destinatario finale. I promotori dello studio si aspettavano che il completamento della catena avrebbe richiesto perlomeno un centinaio di intermediari, mentre invece si rilevò che i pacchetti, per giungere al destinatario, richiesero in media solo tra i cinque e i sette passaggi. Le scoperte di Milgram furono quindi pubblicate in Psychology Today e da esse nacque l’espressione ‘sei gradi di separazione'”.

Ecco, provate ad applicare la “Teoria dei sei gradi di separazione” ai social network e vedrete che la frittata è fatta. È vero, vostro padre, vostra madre, i vostri nonni, i vostri figli, parenti, amici, colleghi, non hanno nulla da nascondere. Probabilmente, però, un amico di un amico di un amico dei loro amici su Facebook ha per caso incrociato un giorno, nel mondo digitale, un amico di un amico di un amico di qualcuno che, solo per caso, ha incrociato in rete una persona finita nella rete a strascico di PRISM e della NSA.

Da quel momento anche voi vi sarete guadagnati un livello di attenzione da parte del Grande Fratello. Da quel momento la vostra vita sarà una “vita degli altri”.


Twitter: @pinobruno

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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