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Google censura con un batter d’ali

È successo al settimanale Internazionale ma nell'”incidente” potrebbe incorrere qualsiasi altro organo di informazione online. Per due giorni il sito del giornale è rimasto pressoché inaccessibile a causa di un messaggio di allarme di Google che, da qualsiasi browser, avvertiva della presenza di codice maligno. Il direttore, Giovanni De Mauro, racconta “la piccola storia” nell’editoriale sull’ultimo numero in edicola, dal titolo quanto mai esplicito: “Pericolo“. Osserva De Mauro che “…un’azienda privata con sede negli Stati Uniti ha oscurato per due giorni un sito d’informazione di un altro paese. Parlare di censura ovviamente è fuori luogo, ma ogni giorno che passa il potere delle tre o quattro più grandi aziende tecnologiche statunitensi aumenta. E noi non ce ne rendiamo conto finché una piccola storia non ci tocca da vicino”.

Insomma, Google fa lo sceriffo globale della rete. A fin di bene, dice. Per tutelarci dagli untori digitali. Già, ma quando impedisce per due giorni l’accesso a un sito di informazione il discorso si fa delicato. È stato l’algoritmo, non una testa pensante, ma non ci consola ugualmente. Né è accettabile che ci vogliano quarantott’ore per ottenere un intervento umano.

Questa storia non ha nulla a che vedere con lo scandalo Prism/NSA, ma a ben pensarci qualche relazione c’è. Lo strapotere delle multinazionali digitali, che sovrasta cittadini e nazioni. Un pulsante azionato dall’algoritmo a Mountain View può chiudere un giornale dall’altra parte del mondo. Può “il batter d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas”? Evidentemente sì, ma questa farfalla fa proprio paura.

Ecco l’editoriale di De Mauro:

Pericolo

“La storia è piccola ma forse merita di essere raccontata. Nel pomeriggio di martedì 9 luglio abbiamo notato che i visitatori del nostro sito stavano diminuendo rapidamente. Mentre cercavamo di capire perché, è arrivata un’email di Google in cui si diceva che nel sito c’era un malware, un tipo di software in grado di causare danni più o meno gravi ai computer degli utenti.

Chiunque provava a collegarsi a Internazionale, da qualunque browser, vedeva un minaccioso messaggio di Google in cui si diceva che era pericoloso andare avanti e che si rischiava di infettare il proprio computer.

L’accesso al nostro sito non era bloccato, ma di fatto non si collegava quasi più nessuno. Ovviamente abbiamo subito rimosso il codice che poteva contenere il malware e abbiamo informato Google, chiedendo di togliere il messaggio di pericolo. Cosa che è successa solo dopo quarantott’ore, e dopo molte telefonate e email scambiate con i responsabili di Google Italia. I quali ci hanno spiegato che di casi come il nostro se ne verificano più di trentamila alla settimana in tutto il mondo, che le procedure di verifica sono gestite da software e che non si può intervenire per accelerare il processo.

Tutto questo, ci hanno detto, è fatto per tutelare gli utenti. Nella sostanza, però, un’azienda privata con sede negli Stati Uniti ha oscurato per due giorni un sito d’informazione di un altro paese.

Parlare di censura ovviamente è fuori luogo, ma ogni giorno che passa il potere delle tre o quattro più grandi aziende tecnologiche statunitensi aumenta. E noi non ce ne rendiamo conto finché una piccola storia non ci tocca da vicino”

Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale


Twitter: @pinobruno

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  • Walter

    Secondo me, c’è un grave errore di fondo che l’autore dell’articolo ha fatto passare come presupposto: Google non ha bloccato l’accesso al sito de L’Internazionale, semplicemente avvisava i navigatori che arrivavano a tale sito attraverso la propria barra di ricerca che la destinazione che volevano raggiungere era potenzialmente pericolosa a causa della rilevazione di un malware.

    In Italia c’è il diffusissimo malcostume di confondere la barra degli indirizzi con la barra di ricerca di Google. Se si usa Google come ponte, si ottiene il risultato che in caso di potenziale pericolo, si ricevono degli allarmi, comunque aggirabili.

    Ciò non presuppone che Google stia censurando qualcosa, benché affidare certi blocchi a soli sistemi euristici, senza il controllo umano danneggi il business di siti autorevoli e nazionali, ma questo è un altro discorso.

    Prendiamocela prima col nostro uso raffazzonato degli strumenti a nostra disposizione, prima di gridare alla congiura o allo scandalo.

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Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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