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Un pomeriggio con i Google Glass

Celia Guimaraes, giornalista di RaiNews24, ha provato i Google Glass, gli occhialini a realtà aumentata che arriveranno sul mercato l’anno prossimo. Ecco il suo racconto per il mio blog. Tutti ne parlano, non c’è chi non voglia provarli. Gli Explorer (così si chiamano i ‘tester’ dei Google Glass) sono qualche centinaia in tutto il mondo. E così, l’occasione di incontrare due di loro merita il rientro anticipato dalle ferie. Certo, non è un privilegio da tutti imparare ad usare i Google Glass avendo come maestro nientemeno che Jeff Jarvis, il guru del web. Che, con grande senso dell’umorismo, ha raccontato in occasione del Big Tent di Roma perché finiamo per desiderare tanto “this damn shit”.

Celia Guimaraes con i Google Glass

Celia Guimaraes con i Google Glass

La sensazione che si prova tenendoli in mano è di un oggetto minimalista, poco pesante, neanche troppo ricercato. Leggero, anzi leggerissimo, una specie di cerchietto per capelli in metallo. All’estremità destra la stanghetta in plastica sembra, come spessore, qualcosa come quella di un paio di occhiali da sole Wayfarer. Il prisma, sulla destra, rimane leggermente più alto dell’occhio e non disturba la visione. Si può tranquillamente camminare con i Glass senza sentirli invasivi, se spenti. É molto interessante il bilanciamento della struttura: oltre alla leggerezza sono molto stabili quando indossati e si adattano perfettamente alle dimensioni del viso, cosa che non accade nemmeno con dei normali occhiali da vista.

Ormai tutti hanno visto i tutorial in cui bisogna toccare la stanghetta due volte per avviare il sistema operativo. La risposta è veloce. Sul prisma appare l’ora e un simbolo per il meteo. La scritta a caratteri bianchi somiglia a quella dei device Android. Può iniziare la parte divertente, dicendo a voce normale «ok, glass» e subito di seguito il comando: «take a picture», «show me the directions to…», «open Twitter», etc.

Google Glass risponderà con un suono, che viene trasmesso direttamente dalla stanghetta all’interno dell’orecchio (molto curioso!)

La visione è molto chiara dove la luce non è troppo forte. Proprio come accade alla stragrande maggioranza degli schermi, sotto il sole pieno non c’è contrasto e non si riesce a distinguere le parole ma si può ovviare tenendo una mano davanti al prisma.

La visione richiede una certa concentrazione dell’occhio destro, non del sinistro, ma dicono che sia questione di abitudine. Dicono anche che alcuni Explorer miopi (nel senso difetto visivo…) hanno più difficoltà nella messa a fuoco.

Oltre a quello di Jeff Jarvis (che con grande gentilezza si è fatto intervistare mentre indossavo i suoi Glass), ho anche provato uno dei «vecchi» modelli dei GG. I primissimi furono affidati a un gruppo di 200 sviluppatori e tra essi c’è un ragazzo italiano, ricercatore a Stanford. Si chiama Adriano Farano ed è arrivato alla Silicon Valley partendo da Napoli con tappa a Parigi. Adriano è uno startupper (da quando aveva nove anni, una storia tutta da raccontare) e fu scelto da Google come early Explorer. Secondo Adriano, il modello in mano agli sviluppatori è ancora molto “rozzo” e migliorabile. Dal suo osservatorio unico al mondo, Adriano crede che il modello di Glass ancora in rodaggio sia già tecnologicamente superato.

I suoi GG non sono all’apparenza diversi da quelli di Jarvis, a parte il fatto che sono meno recenti. Presentano gli stessi problemi di contrasto e ne risentono se la connessione internet non è perfetta. Ma in ogni caso, mi hanno raccontano i boss di Mountain View presenti a Big Tent Roma, dai primi prototipi ad oggi molti Glass sono passati sotto i ponti…

L’interesse suscitato dai Google Glass (che non erano nemmeno previsti tra i protagonisti dell’evento di Big G, dedicato alla cultura e contenuti digitali) non fa che confermare due tendenze chiare. La prima, il futuro predominio dei wereable devices, gli oggetti tecnologici da indossare, invece di portarseli appresso. La seconda, la ragionevole certezza che i Google Glass saranno uno strepitoso successo commerciale. A giudicare anche dalla «ola» con cui i miei colleghi hanno salutato il mio racconto per Rainews24 🙂

Celia Guimaraes
@viperaviola


Twitter: @pinobruno

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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