E se un giorno l’informazione arrivasse non da giornali, radio, tv e siti internet professionali, ma solo dai social network? Quale sarebbe la visione del mondo, filtrata esclusivamente da Facebook e Twitter? Cinque giornalisti delle radio pubbliche francofone hanno fatto da cavie. Sono rimasti chiusi cinque giorni in una masseria del Périgord, in Francia. Senza cellulari, non hanno avuto accesso a giornali, agenzie di stampa, radio, televisione e i loro computer sono stati blindati. Una sola finestra aperta sul web, quella dei social network. Per cinque giorni Benjamin Muller, Nour-Eddine Zidane, Janic Tremblay, Anne-Paule Martin e Nicolas Willems, hanno raccontato in diretta – su un blog – impressioni, sensazioni, deduzioni…
L’esperimento Huis Clos sur le Net è stato molto seguito, in Francia, Canada, Belgio, Lussemburgo e nel cantone francese della Svizzera, perché i giornalisti lavorano per le emittenti pubbliche nazionali. I cinque cronisti concordano sul fatto che le informazioni raccolte sulle reti sociali seguono l’attualità, ma l’interpretazione è sostanzialmente superficiale. La difficoltà consiste nel trattamento dei fatti, la loro gerarchia e la mancanza di verifica delle fonti.
Un esempio? Mercoledì c’è un aereo che supera la barriera del suono, nei pressi di Lille. Su Twitter qualcuno scrive: c’è stata un’esplosione nella centrale nucleare. Un altro aggiunge: è esploso un palazzo a Ronchin. Su Facebook nasce un gruppo dedicato a questa vicenda. In poco tempo ci sono 750 iscritti. Nessuno verifica la notizia, che si sgonfia qualche ora dopo. E’ stato un banale bang supersonico.
La clausura finisce venerdì. Finalmente i cronisti possono sfogliare i giornali dei cinque giorni precedenti. Tutti si accorgono di essere all’oscuro di molti eventi accaduti. Twitter e Facebook non ne avevano parlato. L’altra faccia della medaglia è il terremoto ad Haiti. Lì i social network hanno giocato un ruolo di primo piano. Il conduttore radiofonico haitiano Carel Pedre, grazie a Twitter, ha raccontato gli eventi minuto per minuto, quando tutti gli altri media erano andati in tilt.
Esperimento utile? Operazione pubblicitaria? Un Grande Fratello raffinato? Aspettiamo i giudizi dei guru della comunicazione. Riflessione personale e professionale. Tutto dipende dalla qualità delle fonti e dalla capacità di incrociarle. Nel caso di Twitter e Facebook, dalla qualità dei contatti della rete personale. Insomma, è improbabile che ci si possa fare un’idea del mondo soltanto con i social network. La mediazione giornalistica è ancora indispensabile.
[...] seppur da prospettive e con modalità distinte, sono accomunati da citazioni e riferimenti alla rete ed alla comunicazione che vi si sviluppa, oltreché da un sentimento di evidente smarrimento [...]
per approfondire:
http://www.lexpansion.com/economie/actualite-high-tech/a-quoi-a-vraiment-servi-huis-clos-sur-le-net_226349.html#xtor=AL-189
@ottavionava: credo che i cinque cronisti non potessero seguire i link, perchè i pc consentivano loro di leggere solo post e tweets. Quanto al resto, siamo perfettamente d’accordo! La maggior parte dei giornalisti non sa neppure cosa siano i social network!
Mi sembra un esperimento interessante ma fine a se stesso.
Dovremmo avere molti più dettagli per giudicare, ad esempio, i giornalisti hanno interagito con altri utenti chiedendo informazioni, spiegazioni? Normalmente su Twitter gli utenti che scrivono aggiungo un link, possibile che nessuno degli utenti da loro seguiti lo abbia fatto concedendo la possibilità di un approfondimento? Credo che nessuno voglia sostenere che l’informazione sarà tutta e solamente su Twitter, andiamo… Penso che in 140 caratteri non ci sia spazio se non per una micro interazione, per una condivisione di pareri opinioni, link, certo in real time, cosa che il giornalismo non può fare per natura. Credo che i giornalisti debbano utilizzare i software social per estendere la propria testimonianza/racconto, non come alternativa.
Cosa ne pensi?