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Fact checking ispira qualità all’informazione

A furia di fare copia&incolla, spesso si perde il filo della fonte primaria, come nel vecchio gioco di società del passaparola. Se il giornalista è impreciso, non verifica i fatti e non cita le fonti, danneggia il suo giornale e fa perdere credibilità all’intera filiera dell’informazione. Per questo i grandi giornali anglosassoni hanno in redazione il fact checker,custode dei fatti che verifica la correttezza e la veridicità di tutte le informazioni”. “Nei giornali statunitensi, dove la minima imprecisione può dare origine a costosissime azioni legali – ha scritto Giulia Zoli su Internazionale –  il fact checking ha una lunga tradizione e viene fatto con una cura a volte ossessiva. Nel 2010 il New Yorker aveva in redazione sedici fact checker, più del New York Times Magazine ma meno del tedesco Spiegel, che ne impiegava ottanta a tempo pieno”.  Da qualche giorno il fact checking si è affacciato timidamente anche in Italia, per iniziativa della Fondazione <ahref.  

 

La piattaforma Fact Checking, ovvero la verifica della notizia, è stata presentata al Festival internazionale di giornalismo di Perugia dal presidente della Fondazione <ahref, Luca De Biase, e da Sergio Maistrello, docente di New Media al Master in Comunicazione della Scienza della Sissa e di Giornalismo scientifico digitale all’Università di Trieste.

Sostiene da tempo De Biase che “la pratica del controllo dei fatti che vengono proposti dai giornali e dalle altre strutture che fanno informazione è un labirinto teorico ma una funzione essenziale. In alcuni casi è organizzata in modo molto analitico. In altri è affidata all’esperienza e alla buona volontà di chi scrive. Il tema è sempre più importante.

Attualmente, la comunicazione strumentale – politica, economica, intellettuale – si affida troppo spesso a

operazioni che fondamentalmente consistono nell’affermare quello che si vuole senza alcun riscontro con la realtà o con la documentazione. Questo genere di operazioni si fonda sulla convinzione che la maggior parte dell’effetto si ottiene con un titolo o un tweet e che sono ben poche le persone che vanno davvero a controllare se quanto è stato detto è verificabile.

I casi si moltiplicano in rete ma soprattutto si moltiplicano in televisione”.

E allora il fact checking, soprattutto se condiviso, può diventare best practice. La proposta della Fondazione <ahref è allettante ed esaltante allo stesso tempo, perché

“consente di avere una risposta ai tuoi dubbi attivando un processo di collaborazione civica…un ’attività critica cooperativa, un esempio di media civico, capace di contribuire all’informazione e di rafforzare l’essere comunità”.

 

Il Male, una vecchia copertina

 

Come funziona?

Si tratta di rispettare i quattro principi per la qualità dell’informazione: accuratezza, imparzialità, indipendenza, legalità.

Sul sito Fact Checking sono già in corso una trentina di verifiche di attendibilità. Si può partecipare o avviarne di nuove.

Perché il fact checkingricorda De Biase –

non è una cosa che riguardi solo l’informazione. In un certo senso è simile a quello che avviene nella produzione quando l’artigianato di qualità si confronta con la produzione industriale a basso costo.

Alla lunga, l’artigianato di qualità trova un suo posto nel sistema. Se si sa modernizzare e sincronizzare alle tensioni profonde del sistema e della società. Se conosce le tecnologie più avanzate.

Se le sperimenta e si contamina con i saperi che emergono nella contemporaneità. E se mantiene l’orgoglio del suo specifico sapere di lunga durata.

Anche l’informazione è in fondo artigianato: e anch’essa ha un sapere di lunga durata del quale si può essere orgogliosi. E che può trovare il suo posto nel sistema. Ispirando qualità”.

 


Twitter: @pinobruno


Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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