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Ok Google Glass fammi da nomenclator

Succede di rado che si discuta così tanto di un prodotto un anno prima del suo debutto sul mercato. Neanche il primo iPhone era stato preceduto con tanto anticipo da indiscrezioni, gossip e polemiche. Attenzioni riservate invece ai Google Glass. Gli occhialini digitali per la realtà aumentata che la multinazionale comincerà a vendere nel 2014 sono stati persino oggetto di interpellanze del Congresso americano, qualche giorno fa. Il tema è sempre lo stesso: il rapporto tra Google e la privacy. Nel caso dei Google Glass, poi, c’è un problema nel problema: otto deputati hanno scritto a Google per chiedere, tra l’altro, se gli occhialini saranno dotati di software per il riconoscimento facciale. Su questo punto Steve Lee, director of product management di Google Glass, ha risposto in un comunicato: “Abbiamo più volte indicato che non avremmo unito funzionalità di riconoscimento facciale nei nostri servizi a meno che non riusciamo a includere anche forti strumenti di protezione della privacy”.

Aristotele con i Google Glass (fotomontaggio di The Verge)

Insomma, no ma forse si, con le dovute cautele. Cerchiamo innanzitutto di capire cosa si intende per riconoscimento facciale. Wikipedia scrive che “il riconoscimento facciale (in inglese face detection) è una tecnica di intelligenza artificiale, utilizzata in biometria per identificare o verificare l’identità di una persona a partire da una o più immagini che la ritraggono.

Solitamente il riconoscimento avviene mediante tecniche di elaborazione digitale delle immagini, ignorando tutto quello che non rappresenta una faccia, come edifici, alberi, corpi, che vengono solitamente definiti background. Si può affermare che si tratta di un riconoscimento di pattern, dove il pattern da riconoscere è il viso umano.

Che Guevara con i Google Glass (fotomontaggio di The Verge)

Per facilitare l’individuazione di una faccia, i primi sistemi tenevano conto che un viso umano è composto da due occhi, un naso e una bocca. I sistemi più recenti invece riescono a riconoscere una persona anche se questa ha il viso ruotato, o comunque non in visione frontale. Il riconoscimento può avvenire modellando la faccia come un oggetto in due dimensioni (2D) o in tridimensionale (3D)”.

Tutto chiaro? Significa che i Google Glass potranno (potrebbero) dare un nome alle persone che incontriamo per strada e che – accade soprattutto dopo una certa età – non identifichiamo subito. Forse succede anche a voi. Qualcuno vi ferma e vi dice “ciao come stai?” e voi non riuscite a ricordare di chi si tratta, come si chiama, dove lo avete conosciuto. Semmai un vecchio compagno di scuola, una persona con cui avete fatto affari vent’anni prima, eccetera. Grande imbarazzo, al quale potrebbero ovviare gli occhialini magici.

D’altronde si tratterebbe di una riscoperta. Patrizi e senatori romani avevano il nomenclator, lo schiavo o il liberto che suggeriva nell’orecchio i nomi delle persone incontrate per strada, teneva conto degli appuntamenti e degli impegni ed evitava figuracce al padrone/datore di lavoro.

E la privacy? Tanto quella ce la siamo giocata nel momento stesso in cui ci siamo iscritti a Facebook, Twitter, Google Mail, eccetera eccetera eccetera.

A proposito di Google Glass, l’unico giornalista italiano che li ha provati (un pizzico di invidia) è Massimo Sideri del Corriere della Sera, che racconta la sua esperienza qui, con l’aiuto di due video. Gli occhialini si attivano alzando gli occhi al cielo e pronunciando la formula “Ok Glass!”

Verrà un giorno in cui, incontrando il solito ignoto, potremo sussurrare: “Ok Glass, fammi da nomenclator”!

 


Twitter: @pinobruno

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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