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I ragazzi snobbano i TG e vanno su YouTube

Ai giovani italiani i TG piacciono sempre meno: otto su dieci preferiscono informarsi quando vogliono su YouTube, privilegiando i dispositivi mobili e snobbando l’apparecchio da salotto. Se non è de profundis per la “vecchia” televisione, poco ci manca. D’altronde il sociologo Manuele Castells ce lo ha detto più volte: “la TV è in fase di transizione, in attesa che scompaia la generazione che ha passato una vita a guardarla (Internazionale n° 1002 del 31 maggio 2013)”. Oggi a Roma il Censis ha proposto dati aggregati sulle tendenze di consumo mediatico. Ebbene, la generazione che ha passato la vita guardando la TV è in via di estinzione, e quelle nuove migrano verso approdi più congeniali alle loro esigenze.

“Tra i giovani – fa sapere il Censis – la percentuale di utenti del web è pari al 90,8%, ma è ferma al 24,7% tra gli anziani; il 79,9% dei primi utilizza YouTube, contro appena il 5,6% dei secondi; è iscritto a Facebook il 79,7% dei giovani e solo il 7,5% degli anziani; il 54,8% degli under 30 usa telefoni smartphone sempre connessi in rete, ma lo fa solo il 3,9% degli over 65; e i giovani che guardano la web tv (il 39,1%) sono dieci volte di più degli anziani (il 3,9%)”.

Quanto ai telegiornali, restano lo zoccolo duro degli adulti, mentre tra i giovani “il dato dei TG scende al 69,2% ed è molto vicino al 65,7% riferito a Google e al 61,5% di Facebook”. Osserva il Censis che “le strategie di adattamento nell’ambiente dei media digitali sono improntate al nomadismo – la molteplicità dei media a disposizione li spinge a passare dall’uno all’altro – e al disincanto – l’integrazione dei mezzi determina l’assenza di una vera e propria prospettiva gerarchica tra di essi: per i giovani le notizie apprese da un TG o da un quotidiano valgono quanto quelle trovate sul web”.

Sorpresi? E perché mai? Quasi tutti i TG generalisti pubblici e privati sono ancorati a modelli anni Settanta. I conduttori (rare eccezioni a parte) sono più speaker che anchor (man e women). Né sembrano persuadere gli imbellettamenti social senza reale convincimento, appiccicati lì come il cerone antirughe. Quanto alla cosiddetta crossmedialità, resta slogan da convegno.

Ai giovani – annota il Censis – piace l’opportunità di costruire “palinsesti multimediali personali, tagliati su misura in base a esigenze e preferenze, svincolati dalla logica top-down del passato che implicava una comunicazione unidirezionale verticale dei messaggi da parte delle fonti ufficiali”.

"Qui non è il passato della tv contro il futuro di internet –dice Confalonieri- e questa è una lettura in malafede”.

Così “i device tecnologici finiscono per costituire un’appendice della persona: una protesi che ne amplia le funzioni, ne potenzia le facoltà, ne facilita l’espressione e le relazioni, proiettandoci così nell’’era biomediatica’, in cui diventano centrali la trascrizione virtuale e la condivisione telematica delle biografie personali attraverso i social network. È come se dalla moltitudine degli utenti si levasse un coro di voci: la mia tv la programmo io, l’informazione la faccio da solo, i contenuti sono i miei!”.

L’altra faccia della medaglia – sottolinea il Censis – è il rischio che “…complici gli algoritmi di Google,  che si crei su ogni PC, tablet e smartphone un giornale fatto solo dalle opinioni che l’utente vuole conoscere. È il rischio del solipsismo di Internet: la rete come strumento nel quale si cercano le conferme di idee, gusti, preferenze che già si possiedono; il conformismo come risultato dell’autoreferenzialità dell’accesso alle fonti d’informazione. Con una corrosione esercitata dall’egemonia dell’opinione che ha finito per produrre nel Paese un grande deficit di interpretazione sistemica. Sono elementi da tenere presenti soprattutto quando si invoca la rete come nuovo dispositivo di selezione della classe politica”.

Colpisce – e per l’informazione professionale è davvero un pugno nello stomaco – l’affermazione “per i giovani le notizie apprese da un TG o da un quotidiano valgono quanto quelle trovate sul web”.

Più che gridare allo scandalo e strapparsi i capelli, forse – per editori e giornalisti – sarebbe il caso di fare un bagno di umiltà, provare a reinventarsi, puntare sulla qualità e sull’originalità, curare il linguaggio, rifuggire dalla sciatteria, tornare ad essere autorevoli, a fare la differenza.


Twitter: @pinobruno

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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