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Google ci succhia il cervello?

Mutazione antropologica prossima ventura? Betsy Sparrow, della Columbia University di New York, suona un allarme che, in realtà, ronza già da tempo nelle nostre testoline di consumatori smodati di bit. Ogni giorno deleghiamo piccoli pezzi di memoria ai supporti digitali, il che impigrisce quel pezzo di cervello deputato a farci ricordare le cose. Come si chiama? Quando è successo? Dove l’ho visto? Chi l’ha scritto e chi l’ha detto? E pensare che prendevamo in giro quei mostri della mnemonica che andavano in tivù a far sfoggio di nozionismo! Dovremmo cominciare a riabilitarli, invidiarli, noi che senza Google siamo ormai smarriti, tanti Emilio alla ricerca di Rousseau, monchi senza il nostro motore sputa-informazioni.

Allora, la professoressa Betsy Sparrow ha testato un gruppo di giovani e ha scoperto che Google e internet ci distraggono, cambiano il nostro modo di prestare attenzione alle cose, riducono la nostra concentrazione e la capacita’ di stare fissi su un lavoro o su una lettura per un tempo ragionevole.

In un certo senso, è la scoperta dell’acqua calda.

La Sparrow ha dimostrato che facciamo molto, forse troppo, affidamento sulla rete e sul pc, tanto da averli trasformati nelle nostre memorie transattive. Una memoria transattiva non e’ altro che un ‘magazzino diinformazioni’ esterno al nostro cervello. La scienziata, che ha pubblicato il suo lavoro su Science, ha proposto una serie di test di memoria a un gruppo di studenti. Dopo i quiz ci sono state le interrogazioni, per valutare la capacità di ricordare le cose appena apprese. Durante i quiz si potevano prendere appunti su un computer non collegato a internet. Ebbene, l’esperimento ha permesso di appurare che i giovani tendono a prendere nota di fatti da approfondire in seguito, quando è disponibile accedere alla rete.

Non e’ tutto. A meta’ dei volontari la Sparrow ha detto che le loro note sarebbero state salvate nel pc e quindi accessibili in seguito, agli altri che sarebbero state cancellate. Ebbene, ‘interrogato’ in seguito, il primo gruppo non ha ricordato molto di quanto appreso durante i quiz, evidentemente perché confidava nelle note salvate sul pc; l’altro invece aveva memorizzato le informazioni apprese durante i quiz. In un test successivo, al primo gruppo veniva anche detto in quale cartella del pc sarebbero state salvate le proprie note. Durante l’interrogazione, però, l’unica informazione saliente ricordata era la cartella in cui andare a ripescare le note, non il contenuto. Insomma, una frana della memoria.

La campana suona per tutti. Invertire la tendenza è difficile ma non impossibile. Facciamo tutti piccoli giochi di memoria. Cominciamo con i numeri di telefono di parenti stretti e amici cari, poi cerchiamo di mandare a mente qualche poesia e, infine, rispolveriamo i vecchi giochi a quiz abbandonati in qualche cassetto…come si chiamava quello? Un attimo, vado su Google…

Fonti: Ansa, Science


Twitter: @pinobruno

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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