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Chi trolla fa male anche a te, digli di smettere

E basta con questo “Popolo della Rete”! Non esiste, non è una categoria sociologica, non è un tutt’uno. È un’invenzione dei giornalisti analfabeti (digitali) o comunque pigri. Su Internet ci vanno le persone perbene e permale, che sono le stesse che incontriamo per strada. Alcune ci fanno attraversare sulle strisce pedonali, altre tentano di travolgerci. Alcune si mettono in coda dopo di noi, altre fanno le furbe. Alcune gridano e bestemmiano, vogliono prevaricarci a tutti i costi, altre sono gentili e corrette. Perché mai dovrebbero comportarsi diversamente da come sono soltanto perché usano Facebook e Twitter? E se invece tornassimo a parlare di NETiquette, cioè di buona educazione in Rete, come si faceva agli albori del web e della posta elettronica? Quando si cercava di far capire che, ad esempio,  non si scrive tutto MAIUSCOLO, perché equivale a gridare?

"Pollice verso" di Jean-Leon Gerome, 1872 (particolare)

“Pollice verso” di Jean-Leon Gerome, 1872 (particolare)

Insomma, alla ricerca della buona educazione perduta, sul web come altrove.

E non è soltanto un nostro problema, se anche l’esperto di social media di Forbes, Jeff Bercovici, invita i suoi lettori a ricominciare dai fondamentali, come Nice To Meet You (piacere di conoscerti) nei primi approcci in Rete. In Italia il tema riaffiora a giorni alterni, in genere quando qualche VIP viene preso di mira dalla Suburra sui social network.

Beppe Severgnini (oggi sul Corriere della Sera) e Michele Serra (ieri sulla Repubblica) ripropongono il tema del trollismo, dell’uso becero e violento dei social network. Il pretesto è l’incidente stradale provocato da Rosario Fiorello e il successivo fiume di trivialità su Facebook e Twitter. Scrive Serra: “sudicioni e rancorosi dai quattro punti cardinali vi si danno appuntamento, cercando di dare alla loro esclusione sociale (dolorosa) uno sbocco visibile, e doloroso per gli altri”. Severgnini ne fa una questione di maturità: “la banalità di tanti argomenti, lo squallore di certi commenti, l’ironia fuori luogo, la cacofonia delle battute squallide sono tutte prove della minore età della Rete. Stiamo imparando a usarla, come si impara a usare un nuovo, fantastico macchinario. C’è chi aspetta di capirne il funzionamento, e chi rischia di fare e farsi male”.

"Pollice verso" di Jean-Leon Gerome, 1872

“Pollice verso” di Jean-Leon Gerome, 1872

 

Minore età della Rete? È mai possibile che si debba considerare il Web come un neonato a venticinque anni esatti dalla sua nascita? A quante pare è proprio così. I social network sono diventati un megafono per i rancorosi di sempre. Prima si sfogavano al bar dello sport o sul tram o allo stadio. Adesso invadono le nostre bacheche. Si può provare a ragionarci, a educarli alla cultura del dialogo, della buona educazione, della tolleranza reciproca, ma se non funziona si può soltanto staccare la spina.

Isolarli, non concedere loro una pagina intera del Corriere della Sera, con tanto di nomi e nickname, come fa oggi Severgnini. Così non si fa che esaltarli ulteriormente. E invece i troll – frustrati, narcisisti, psicopatici e sadici – vanno ignorati. “Perché non aspettano altro che una risposta per aizzare gli altri partecipanti alla discussione e infuocarla fino a portarla fuori controllo”, come sostengono i ricercatori della University of Manitoba, in Canada.

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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