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Di Wikileaks e del Guardian

Scriveva Giuseppe D’Avanzo che “…il buon giornalismo sa che i fatti non sono mai al sicuro nelle mani del potere e se ne fa custode nell’interesse dell’opinione pubblica”. Ecco, forse si dovrebbe partire dall’assioma D’Avanzo per chiosare la scelta estrema di Wikileaks. La fonte si ribella, non vuole più giocare con chi non rispetta le regole del gioco. In questo caso l’autorevole Guardian, uno dei cinque giornali contattati da Wikileaks per l’accesso privilegiato al sàncta sanctòrum dei segreti diplomatici statunitensi. I presupposti della svolta sono stati ampiamente raccontati: “la scelta di bypassare le testate deriverebbe dal presunto tradimento, da parte del Guardian, degli impegni siglati lo scorso anno circa la riservatezza dei cablogrammi, che il giornale britannico avrebbe invece violato divulgando informazioni anche a soggetti estranei all’accordo sottoscritto con WikiLeaks . La scelta di non affidarsi più alle testate un tempo fidate deriverebbe dunque da questa presunta violazione: il Guardian avrebbe trasmesso ad altri le chiavi di decrittazione da utilizzare per aprire il database di dati riservati”.

Un patto tradito, dunque. Sarebbe saltato il gèntlemen’s agreement che caratterizza tradizionalmente il delicatissimo rapporto tra il giornalista e le sue fonti. Usiamo il condizionale perché il Guardian ha una sua versione dei fatti che si discosta nettamente da ciò che sostiene Julian Assange: “Il Guardian ha dichiarato di aver presentato chiavi di decrittazione con validità temporanea (si tratta di quelle svelate nel libro Julian Assange’s War on Secrecy, scritto dai giornalisti David Leigh e Luke Harding), ma solo dopo aver appreso che Assange sarebbe stato intenzionato a divulgare i cablogrammi integralmente e senza alcun tipo di censura, obiettivo che è stato effettivamente realizzato nei giorni scorsi e che ha causato la protesta dei giornali un tempo alleati di WikiLeaks: l’organizzazione è stata infatti accusata di aver messo a rischio la sicurezza dei propri informatori e collaboratori e, di conseguenza, screditata da quella stessa stampa che, fino a pochi mesi fa, proprio grazie a WikiLeaks ha potuto mettere a segno scoop che le hanno portato profittevoli benefici”.

Wikileaks ha reagito come un amante tradito, cioè d’impulso, senza commisurare l’eventuale danno? Le performance del personaggio Julian Assange farebbero propendere per questa ipotesi. La storia (anche del giornalismo) è lastricata di episodi analoghi. Molte fonti (in questo caso parliamo dei confidenti dei diplomatici statunitensi) potrebbero passare guai seri, soprattutto nei paesi a basso o nullo tasso di democrazia. Questo caso potrebbe diventare un precedente pericoloso, fare terra bruciata non solo intorno agli spioni di professione ma anche ai giornalisti d’inchiesta, che battono strade contigue.

Comunque vada, questa vicenda è amara, non ha vincitori né vinti, perché un filtro giornalistico, di accurata verifica e di racconto, è ancora più importante, al tempo del web.


Twitter: @pinobruno

  • db

    D’avanzo aveva assolutamente ragione, sul ruolo del buon giornalismo… perché alle spalle di quel “buon” ci deve essere intelligenza, volontà di informare, obiettività, indipendenza incondizionata e molto altro ancora.
    Per cui, quel “buon”, è sempre più raro.

    Grazie per l’attenzione.

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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