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Giornalismi: etica e fotogiornalismo

Matteo Bazzi, giornalista professionista, fotoreporter milanese dell’Ansa, ha scritto questo breve saggio sul “confine etico nella pratica della camera oscura digitale per il fotogiornalismo”, che mi ha autorizzato a pubblicare. “Il reportage di un fotografo danese è stato escluso, nel 2009,  dal premio nazionale “Picture of the Year”  organizzato dalla più antica associazione  di fotogiornalisti del mondo la Presse Fotograf Forbundet – loro amano dirsi aggregazione – , perché la giuria ha ritenuto  esagerati i ritocchi alle caratteristiche cromatiche e al contrasto di almeno tre degli scatti presentati. Un caso ancora attualissimo perché ha posto e pone una serie di problemi etici.

Per i giurati Klavs Bo Christensen è andato con mano troppo pesante nel correggere con Photoshop le immagini che aveva realizzato ad Haiti. La decisione è stata presa dopo aver visionato gli originali realizzati nel formato raw:  l’unico formato di file che permette di sfruttare pienamente il potenziale della fotocamera. E’ una sorta di “negativo digitale”,  e la sua stampa , che sia fisicamente su carta o digitalmente su file deve seguire ad un processo di elaborazione , di raw conversion, trasformazione del file, e di digital enhancing, miglioramento digitale. Questa serie di operazioni rappresentano l’odierno sviluppo della tradizione analogica di interpretazione del negativo, di quel processo creativo utile per elaborare quindi la forma finale della fotografia  che prima si svolgeva all’interno della camera oscura.

Una delle immagini di Christensen contestate dalla giuria di “Picture of the Year” per eccessiva manipolazione. Sopra lo scatto non elaborato in Photoshop.

Il fotoreporter danese, pur ammettendo di aver utilizzato in maniera intensiva alcuni strumenti di Photoshop, non è per nulla d’accordo sul fatto che i suoi interventi abbiano stravolto il valore rigorosamente fotogiornalistico del suo racconto. Dalla sua parte si sono schierati molti suoi colleghi che basano la loro “assoluzione” fondamentalmente sul fatto che Christensen non ha manipolato la realtà: le scene ritratte, contrasti e rafforzamento dei colori a parte, sono infatti rimaste esattamente quelle riprese in origine. Insomma: nessuna manipolazione dei contenuti informativi.

Ma può una diversa saturazione dei colori cambiare il senso giornalistico di una foto? Nel 1994 ci fu un precedente ben più grave che dette il via a un dibattito in termini deontologici ed etici, sulla manipolazione fotografica.

Le copertine dei settimanali americani Newsweek e Time, giugno 1994, con la foto segnaletica di Oj Simpson, campione di football americano, allora arrestato per l’omicidio della moglie.

Il volto di OJ Simpson, campione di football americano, allora arrestato per l’omicidio della moglie, apparve nella stessa settimana su due magazine  americani, Newsweek e Time. Time rese il protagonista più colpevole, più pericoloso, più cattivo scurendo la foto segnaletica della polizia che il suo competitor, Newsweek, pubblicò invece in toni corretti. Manipolazione della realtà? Fu l’accusa. Alterazione del significato della foto? Assolutamente si sostennero i critici. La neutralità della foto segnaletica fatta dalla polizia fu trasformata – questo il principale rilievo –  in condanna sicura: questo è un omicida, parve dire l’immagine. Gli autori della manipolazione, sapevano che avrebbe influenzato l’opinione pubblica e anche le valutazioni sul soggetto, quindi, questa immagine ha perso la sua obiettività giornalistica a causa della deliberata distorsione della realtà.

Altro episodio nel 2006 quando  il fotografo Patrick Scneider, dello staff del Charlotte Observer, quotidiano statunitense del North Carolina,  è stato punito con il licenziamento per aver saturato e scurito in maniera considerata eccessiva il cielo e il sole in una immagine apparsa in prima pagina. Poiché analoga infrazione era stata commessa dal reporter fotografo, nel 2003, e in quella occasione il ritocco gli era costato  un richiamo ufficiale.  Questa seconda volta il giornale ha deciso, di interrompere il rapporto di lavoro.

La foto in questione: il tono e il colore del cielo sono i punti della controversia e della violazione etica che hanno portato al licenziamento di Patrick Schneider.

Secondo molti Photoshop ha solo reso meno difficile e, soprattutto molto più rapido ed economico, quello che è sempre avvenuto nelle camere oscure tra ingranditori, carte sensibili e acidi. Molte delle foto famose della storia del fotogiornalismo, se sono diventate tali, lo devono spesso in parte anche alla capacità di abilissimi stampatori che le hanno valorizzate tecnicamente al massimo.

Haiti ospedale psichiatrico 1958-1959 malata mentale, foto di Eugene Smith.
A sinistra la stampa senza interventi; a destra la stampa finale


Villaggio di Deleitosa, Spagna 1950; donna spagnola, foto di Eugene Smith. A pieno fotogramma.

La foto di Eugene Smith dopo il “taglio” fatto in camera oscura.

Una foto di Sebastiao Salgado, Brasile 1980, in alto la stampa prima delle correzioni effettuate in camera oscura dallo stampatore Jean-Yves Bregand.

Resta però aperto, ovviamente, il problema se “il rispetto della verità sostanziale dei fatti” – principio etico, per esempio, imposto ai giornalisti italiani direttamente dalla legge sull’ordinamento professionale – può essere messo a rischio da un eventuale uso eccessivo di Photoshop nello schiarire o scurire, nel contrastare, nell’”imbottire” sovraesposizioni e colori e in tutte le altre fasi di trattamento delle immagini che non intaccano il rispetto sostanziale degli elementi informativi presenti nella scena ritratta.

Su questo le scuole di pensiero che hanno determinato i variegati codici di comportamento  che regolano la materia nel mondo del giornalismo occidentale lasciano più o meno tutte larghi margini all’interpretazione del principio che i fotoreporter – come indica per esempio l’agenzia americana Black Star – non devono alterare le foto “oltre il limite dettato dal miglioramento tecnico della qualità dell’immagine”. Qual è però esattamente la linea di confine di questo limite da non superare nel miglioramento tecnico resta un fatto piuttosto vago e soggettivo. Così includendo anche qualche caso come quello dell’agenzia internazionale Associated Press che nel regolamento interno di comportamento per  suoi dipendenti, dopo aver specificato l’accettabilità dei miglioramenti tecnici generici di “stampa” già ammessi prima dell’avvento del digitale, stabilisce molto blandamente che nel ritocco “l’aggiustamento dei colori dovrebbe essere effettuato al minimo”.

La veridicità della fotografia, la legittimità della manipolazione digitale. E’ una discussione senza fine, ma della quale è importante essere consapevoli se parliamo di fotogiornalismo ed informazione. L’utilizzo delle tecniche di manipolazione digitale ci dicono molto del nostro mondo, della rappresentazione della realtà al giorno d’oggi. Ci ricordano che è facile alterare la realtà.

Bisogna essere vigili: l’avvento di nuove tecnologie ha inevitabilmente conseguenze sul modo in cui rappresentiamo e percepiamo il mondo”.

Alcuni esempi di manipolazione nella storia della fotografia

XIX secolo

1860 circa: questo ritratto (quello a sinistra, sembra quasi una litografia) del presidente degli Stati Uniti Abramo Lincoln venne realizzato assemblando la testa di Lincoln con il corpo di John Calhoun, un uomo del sud degli Stati Uniti (foto a destra).

1865 circa: In questa immagine del famoso fotografo Mathew Brady, il generale Sherman è in posa con i suoi generali. Il generale Francis P. Blair (ultimo a destra seduto) è stata aggiunto in un secondo tempo alla fotografia originale.

XX secolo

circa 1930: per Stalin era abbastanza usuale eliminare i suoi ex amici dalle fotografie (e non solo da quelle). In questa immagine il personaggio in primo piano, sulla destra, è stato cancellato dopo essere caduto in disgrazia.

1937: In questa fotografia Adolf Hitler in origine era con Joseph Goebbels (secondo da destra) poi cancellato. Non è chiaro il motivo di questa eliminazione, in quanto proprio Goebbels era il responsabile dell’immagine del nazismo e, fino all’ultimo, rimase a fianco del suo capo

1942: Al fine di creare un ritratto più eroico di Benito Mussolini, venne rimosso lo stalliere che manteneva calmo il cavallo.

XXI secolo

Marzo 2004: Questo manifesto politico di George W. Bush, candidato a presidente, presenta un mare di soldati e un bambino che sventola una bandiera. Questa immagine è stata ritoccata inserendo digitalmente Bush su un podio. Dopo aver riconosciuto che la foto era stata ritoccata, i responsabili della campagna di Bush hanno detto che l’annuncio sarebbe stato ri-editato e ri-spedito ai media.

Agosto 2007: La rivista francese Paris Match ha alterato questa fotografia del presidente francese Nicolas Sarkozy togliendogli del grasso dai fianchi (come si nota nell’evidenziatura in rosso dell’originale).
La rivista ha commentato di aver provato a regolare la luminosità nella foto: “La correzione è stata esagerata durante il processo di stampa”.

Luglio 2008: Questa immagine di un test missilistico iraniano è apparso sulla prima pagina di molti giornali importanti. L’immagine viene dal sito web della Sepah News, il braccio mediatico dei Guardiani della Rivoluzione dell’Iran. Dopo la pubblicazione di questa foto, è stato rivelato che il secondo missile da destra è stato aggiunto digitalmente all’immagine, al fine di nascondere un missile che non era partito (come si vede nell’originale a destra).

Giugno 2010: Questa foto di un commando israeliano ferito sdraiato sul ponte di una nave è stata pubblicata dall’agenzia di stampa Reuters. La Reuters, poi, è stata accusata di aver modificato la foto originale che mostrava uno degli uomini che circondano il soldato, con un coltello in mano (vedi riquadro in rosso a destra). Un rappresentante della Reuters ha attribuito il taglio alla normale prassi editoriale e ha aggiunto che una volta realizzata l’omissione del coltello, la foto originale è stato tolta dal circuito.
Giugno 2010: questa copertina di The Economist mostra un solitario presidente Obama sulla spiaggia della Louisiana mentre ispeziona la marea nera. La foto originale, del fotografo della Reuters Larry Downing mostra l’ammiraglio della Guardia Costiera Thad W. Allen e Charlotte Randolph, presidente di una parrocchia locale, in piedi accanto al Presidente. Un portavoce della Reuters ha affermato che “Reuters ha una politica rigorosa contro la modifica, la rimozione, l’aggiunta o la modifica, da parte di un fotografo, di una delle sue fotografie, senza aver prima ottenuto il permesso della Reuters e, ove necessario, le parti terze raffigurate”.

Settembre 2010: il giornale di stato egiziano, Al-Ahram, ha pubblicato questa foto modificata del presidente Mubarak mentre cammina con i leaders di Israele, Stati Uniti, Giordania e con i leader palestinesi, ai colloqui di pace per il Medio Oriente. Nella foto originale (a destra) il presidente Mubarak cammina dietro gli altri leader, mentre nella foto pubblicata è mostrato davanti al gruppo. Il redattore capo di Al-Ahram, Osama Saraya, ha detto che “la fotografia esprime in breve, dal vivo, la vera posizione di primo piano del presidente Mubarak nella questione palestinese, il suo ruolo unico nella guida su questo problema, davanti a Washington o a chiunque altro”.

Febbraio 2011: il quotidiano sportivo spagnolo AS ha pubblicato questa foto come prova di un fuorigioco in una partita tra Athletic Bilbao e Barcellona. L’originale (a destra), però, mostra che il difensore è stato rimosso digitalmente dalla foto. AS si è scusato dicendo che il problema è stato causato da un errore di infografica.

In alto la prima pagina de Il manifesto del 10 ottobre 2000 con una foto del conflitto fra israeliani e palestinesi  alterata, in basso la stessa immagine senza modifiche pubblicata lo stesso giorno dal Corriere della Sera. (Foto Ap).

(di Matteo Bazzi)

Fonti: www.cultorweb.com, www.10photography.com, www.fotoinfo.net


Twitter: @pinobruno

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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