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Erdogan sconsiglia i turchi: niente iPhone, piercing e tatuaggi

L’ex premier turco Recep Tayyip Erdogan, eletto presidente della Repubblica dallo scorso agosto, ha avviato una campagna contro iPhone 6. “Questo marchio propone ogni anno un nuovo modello”, ha dichiarato ai media del suo paese, “ma in realtà le nuove versioni non si discostano molto da quelle precedenti“. “Non si vende il telefono ma il brand”, ha concluso Erdogan indossando le inedite vesti di esperto di marketing. Finora il leader turco aveva tuonato contro i social network ed era riuscito a far oscurare per qualche tempo Twitter e YouTube.  

Erdogan ha detto di essere stato molto colpito, in negativo, dalle code davanti agli Apple Store, durante la sua recente visita a New York per partecipare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. E così, tra una dichiarazione e l’altra sul terrorismo internazionale e sulla drammatica situazione alle frontiere tra Turchia, Siria e Iraq, il presidente turco ha infilato pure una filippica contro i nuovi smartphone di Apple.

 

erdogan iPhone

 

iPhone 6 si aggiunge alla lunga lista dei “nemici” – nella visione di Erdogan – della gioventù turca, insieme con social network, tatuaggi, piercing, capelli tinti, make-up per le studentesse, barba e baffi per gli studenti. Per non parlare poi del “suggerimento” alle donne di ogni età di evitare di sorridere in pubblico.

A Istanbul la chiave di lettura degli oppositori è però un’altra: la crociata contro gli iPhone 6 sarebbe determinata dalla difficoltà di violare la sicurezza dei nuovi dispositivi equipaggiati con iOS 8. Una circostanza, peraltro, confermata qualche giorno fa da Valentina Sellaroli, Pubblico Ministero presso il Tribunale per i Minorenni di Torino, e sottolineata dal direttore dell’FBI, James Comey.

Cioè, le tecnologie sono una minaccia se diventano uno strumento che sfugge al pieno controllo delle autorità. Ieri Twitter e YouTube, usati dagli oppositori per fare controinformazione, oggi gli smartphone Apple.

A proposito, i giornali turchi, quasi tutti controllati dal governo, non mettono in relazione l’ostilità di Erdogan contro gli iPhone e la cifratura dei dati. D’altronde nel suo ultimo “Rapporto sulla Libertà di stampa”, Reporters sans frontières colloca la Turchia al 154° posto (su 179): “La democrazia turca – scrive RSF – è oggi la più grande prigione del mondo per i giornalisti”.

Pino Bruno

Scrivo per passione e per dovere, sono direttore di Tom's Hardware Italy, ho fatto il giornalista all'Ansa e alla Rai e scrivo di digital life per Mondadori Informatica e Sperling&Kupfer

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